Quote latte: smantellamento graduale
Premessa
Il sistema delle quote latte, entrato in vigore il 1° aprile del 1984, sta per andare in pensione, visto che scadrà il 31 marzo del 2015. La Commissione europea, per preparare il terreno ad un mercato senza quote, propone il cosiddetto “atterraggio morbido” che consiste in un aumento graduale annuo delle quote latte, dal 2009 al 2013, dell’1% annuo per un aumento complessivo del 5% che andrà a sommarsi all’aumento di quote del 2% usufruiti da ciascun Stato membro nel corso dell’attuale campagna lattiero-casearia.
Misure previste per l’atterraggio morbido
In vista dell’estinzione delle quote latte nel 2015 è opportuno aiutare il settore ad adattarsi gradualmente ad un mercato senza quote attraverso misure transitorie, quali il sopraddetto aumento annuale delle quote dell’1% dal 2009/2010 al 2013/2014, per un totale del 5% che si aggiunge al 2% già approvato con Reg. 248/2008; possibilità di utilizzare l’ex articolo 69, a discrezione degli Stati membri, per concedere pagamenti annuali supplementari (per capo bestiame e/o premi per le superfici prative) agli allevatori di vacche da latte in zona di montagna o in zone svantaggiate o sensibili.
La prevista abolizione delle quote latte pone gli allevatori in una situazione sicuramente diversa dallo stato attuale in cui è necessario affrontare per il futuro nuove scelte imprenditoriali.
La maggioranza degli Stati membri sono d’accordo, a parte qualche eccezione, sulla necessità di uscire dal sistema quote latte.
Dato per scontato l’abolizione delle quote latte al 31 marzo 2015, il confronto politico si sposta sulle azioni da intraprendere per l’atterraggio morbido e quindi sulle modifiche da introdurre nella Pac per consentire il passaggio graduale dall’attuale sistema ad un mercato senza quote, in quanto è prevedibile che con l’abolizione delle quote si avrà un aumento della produzione con i prezzi del latte che tenderanno a diminuire. La liberalizzazione del livello produttivo da un lato renderà il settore lattiero caseario più competitivo in alcune regioni mentre altre, prevalentemente ma non esclusivamente montane, avranno difficoltà a mantenere un livello minimo di produzione. A tali problemi si può ovviare con misure specifiche a norma dell’articolo 68 sui regimi di sostegno diretto.
N.B. L’abolizione delle quote latte è stata fissata il 31 marzo 2015 e al fine di favorire il passaggio graduale ad un mercato senza quote viene previsto l’aumento graduale annuale della produzione del latte che viene proposto dalla Commissione europea dell’1% a partire dal 2009 al 2013, per un aumento complessivo del 5% che si andrà ad aggiungere all’aumento del 2% già usufruito nel corso di questa annata.
Quanto aumenteranno le quote latte
Con il progressivo aumento delle quote latte, nell’Unione europea a 27, già dal mese di aprile 2008 (+ 2%) si è avuto un aumento di 2,87 milioni di tonnellate di latte a cui si sommerà l’aumento di 7,47 milioni di tonnellate nei prossimi 5 anni (+ 5%), per un totale di oltre 10 milioni di tonnellate di latte.
Per l’Italia, l’aumento delle quote latte è di 210mila tonnellate dal 1° aprile 2008 (+ 2%) e 548mila tonnellate nei prossimi 5 anni (+ 5%), per un totale di 758mila tonnellate (+ 7%).
La diversa posizione dei Paesi europei
Le posizione dei vari Stati dell’Unione europea è alquanto diversa. Da un lato vi sono stati splafonatori che producono di più rispetto alla quota latte assegnata (Italia e Austria) e dall’altra paesi che producono un quantitativo di latte inferiore alla quota disponibile.
L’Italia storicamente produce al di sopra delle proprie quote produttive (l’80% dell’eccedenza di quota dell’Ue è imputabile all’Italia e paga multe salatissime ed inoltre il nostro paese è il fanalino di coda per il grado di approvvigionamento del latte; infatti la produzione di latte italiano è inferire al 60% rispetto al consumo interno di latte.
Invece, la maggior parte degli stati membri da qualche anno non esaurisce la quota attribuita.Il periodo 2006/2007 è stato caratterizzato da una netta sottoutilizzazione delle quote, dell’ordine di 1,9 milioni di tonnellate, risultanti dalla differenza tra le 800.000 tonnellate prodotte in eccesso alla quota, principalmente in Italia e Austria, e i 2,7 milioni di tonnellate sottoutilizzate rispetto alla quota, in particolare in Francia, Regno Unito e Ungheria.
Nel periodo 2007/2008, la produzione europea di latte è aumentata, per effetto dell’aumento dei prezzi di mercato, ma non ha raggiunto la disponibilità di quote lattiere.
Alla luce di questa situazione, le posizioni dei vari Paesi Ue in merito alle proposte di atterraggio morbido sono molto differenti.
Alcuni Paesi sostengono la necessità di aumentare le quote lattiere nel periodo 2009-2014, andando anche più avanti rispetto alla proposta della Commissione: su questa linea sono i Paesi “splafonatori” quali Italia ed Austria ed alcuni produttori storici di latte (Olanda, Danimarca e Irlanda).
Contrari all’aumento di quote latte si sono sempre dichiarati i francesi, che da qualche anno non riescono a produrre per intero la loro quota nazionale e vedono negativamente l’aumento. Non a caso, la Francia si è astenuta al momento dell’approvazione del Reg. Ce 248/2008, in cui è stato concesso un aumento di quota del 2% dal 1° aprile 2008.
La posizione italiana
In Italia esiste una posizione ambivalente sul futuro delle quote latte, in virtù di almeno due specificità che contraddistinguono il nostro paese rispetto al resto dell’Ue: l’alto valore patrimoniale delle quote e l’elevata entità di produzione fuori quota.
Per quanto riguarda il primo aspetto, In Italia le quote latte hanno un valore molto più alto rispetto al resto dell’Ue, che si traduce in pratica all’interno delle imprese zootecniche in valori patrimoniali rilevanti, che andrebbero ad annullarsi con l’abolizione delle quote latte. Per questo motivo parecchi allevatori italiani, in regola con l’applicazione delle quote latte, sono contrari all’abolizione delle quote, in contrapposizione agli allevatori che sono fuori quota o che comunque hanno difficoltà a mantenersi entro i limiti produttivi imposti dalle quote latte.
In merito al secondo aspetto, l’Italia è un Paese tradizionalmente deficitario di prodotti lattiero-caseari, ma che produce un’elevata quantità di latte al di sopra della quota assegnata; ciò comporta il pagamento di multe rilevantissime ed è un controsenso constatare l’oneroso esborso di multe pur importando più del 40% di latte per coprire il fabbisogno nazionale, mentre la quota complessiva dell’Unione europea non viene raggiunta. Da questo punto di vista l’Italia sarebbe interessata ad un’abolizione immediata del sistema quote oppure ad un aumento rilevante di quota nel periodo transitorio.
A sostenere questa posizione è il ministro delle Politiche agricole e alimentari, Luca Zaia, che nel corso dell’incontro negoziale di Bruxelles sulla revisione della Politica agricola comune, ha ribadito con forza la proposta di aumentare da subito la quota nazionale italiana di latte del 10%, cioè di circa 1 milione di tonnellate annue, cercando di ottenere un incremento differenziato (aumento non lineare) che tenesse conto del livello di copertura del fabbisogno interno e della capacità di utilizzare la quota nazionale. La Commissione europea ha rifiutato per il momento questa proposta italiana ritenendola eccessiva ma lasciando uno spiraglio aperto ad ulteriori trattative in merito.
Un sostegno particolare per le zone di montagna
Un maggiore consenso ha invece accolto la proposta della Commissione di utilizzare l’ex articolo 69 per sostenere il settore del latte nelle regioni di montagna, che in seguito all’abolizione delle quote latte rischiano di non essere competitivi. Infatti, l’abolizione del sistema delle quote genererà inevitabilmente un aumento dell’offerta e un mercato più concorrenziale che metterà in difficoltà le imprese più piccole, meno competitive, in particolare quelle delle zone di montagna e/o svantaggiate, il che comporterebbe delle conseguenze socio-ambientali negative. Per i rischi di cessazione della produzione nelle zone meno favorite, la Commissione propone un aiuto specifico e finalizzato per gli allevatori delle aree montane per aiutarli a restare competitivi. L’aiuto verrebbe erogato sotto forma di pagamenti per capo di bestiame e/o premi per superfici prative. Questa possibilità interessa particolarmente l’Italia, in cui la produzione di latte in montagna è importantissima per i suoi vantaggi economici, ambientali e sociali.