Problemi fitosanitari del carrubo
Antonino Catara
Dipartimento di Scienze e Tecnologie Fitosanitarie

Sez. Patologia vegetale – Università degli Studi di Catania

 

Oidio del Carrubo
(Oidium ceratoniae Comes)

L’oidio o “nebbia” (noto localmente anche come “mal bianco”o “farinedda”) è la malattia crittogamica più importante del Carrubo. I danni che essa causa variano con la giacitura, l’esposizione e l’ubicazione dei carrubeti , nonchè con le condizioni microclimatiche ed agronomiche.
Pur variando da zona a zona, in annate con decorso non eccezionale, tali danni, sono contenuti per lo più entro limiti precisabili e relativamente stabili. In altre annate, però, la malattia può apparire in forme violente e determinare defogliazioni gravissime e riduzioni notevoli della quantità e qualità del prodotto.
Agente della “ nebbia ” è Oidium ceratoniae Comes, di cui non è nota la forma ascofora, segnalato in quasi tutte le regioni ove si coltiva il Carrubo.
Il fungo si sviluppa di preferenza su organi giovani della pianta (foglie, infiorescenze, frutti). Le foglioline colpite manifestano sulla pagina inferiore (meno frequentemente anche su quella superiore delle foglie più giovani) macchie biancastre o cenerine con aspetto dapprima rasato e talora raggiato, poi polverulento o farinoso con margini indefiniti, irregolari, sinuosi, talora dendritici.
Tali macchie, dapprima tenui, effuse, rotondeggianti, limitate, si estendono poi e confluiscono, rendendosi bene evidenti, mentre la loro colorazione tende ad assumere tonalità sempre più cupe, cineree, bianco-violacee, circondate spesso da un breve alone violaceo. Le macchie vecchie perdono gradualmente il loro aspetto farinoso e il colore biancastro e divengono brune o bruno-rossastre, con aspetto suberoso e quasi reticolato e margini non definiti, frastagliati, dendritici.
In stadi successivi, le ife del fungo formano un fitto intreccio sugli organi parassitati che presentano macchie di aspetto raggiato polveroso o farinoso. Dalle ife si sollevano rami conidiofori eretti, per lo più semplici, portanti conidi catenulati, ialini, cilindroidi, misuranti µ 16,852, 4 - 7,5-24,3 (media µ 38,5 - 122).
I sintomi sulla pagina superiore delle foglie si notano solo in una fase avanzata della malattia, in corrispondenza delle alterazioni della pagina inferiore, sotto forma di clorosi diffuse e macchie di secco brune o bruno-nerastre.
I tessuti interessati si disseccano, screpolandosi e distaccandosi dalle parti ancora sane delle fogliole, sicchè le foglie con vecchie infezioni mostrano perforazioni, lacerazioni e amputazioni marginali delle lamine. Talora si notano addirittura fogliole ridotte alla sola nervatura principale e ad una stretta fascia di parenchimi perinervali.
Sulle foglie giovani infezioni precoci possono indurre bollosità, ondulazioni del margine e accartocciamenti persistenti delle lamine.
Le foglie adulte o vecchie, di consistenza coriacea e di colore verde cupo, sono scarsamente suscettibili a nuove infezioni e mostrano solo sintomi di infezioni pregresse che si evolvono nel modo sopra descritto. Pertanto, le foglie rimangono recettive alle infezioni di O. ceratoniae solo per un periodo limitato (6-8 mesi) della loro vita.
Le fogliole più colpite cadono precocemente disarticolandosi dalla rachide fogliare, che può rimanere in posto e cadere assai più tardi. A meno che non si verificano attacchi gravi, il distacco delle fogliole e delle foglie infette è favorita dalle
meteore e avviene più frequentemente durante l’autunno e l’inverno.

Il danno arrecato ai fiori e ai frutti colpiti nelle prime età del loro sviluppo è, in genere, poco Convegno su “Il carrubo. Situazione attuale e prospettive di sviluppo” importante. In annate di forti infezioni, a seguito di attacco ai giovani frutti si può osservare un minor numero di legumi, di dimensioni ridotte e di qualità scadente, anche in relazione al più basso grado zuccherino della polpa. La malattia si manifesta dapprima con macchie di aspetto analogo a quello delle macchie sulle foglie, ma più irregolari nella forma e più estese.
Se i legumi sono colpiti precocemente e gravemente, essi rimangono striminziti e infine disseccano completamente sull’infruttescenza; oppure cadono. Se l’attacco è più grave e tardivo, in corrispondenza delle macchie, si ha necrosi e suberosi dell’epicarpo che impediscono il normale accrescimento dei tessuti nelle aree parassitate, e danno luogo a caratteristiche deformazioni dei frutti. A maturazione, in corrispondenza delle aree lese, la superficie dell’epicarpo appare secca e contrasta con il colore bruno scuro delle zone indenni e si presenta screpolata, depressa. La maturazione del frutto, in tali punti, è inoltre molto ritardata.
Le osservazioni condotte da Graniti (1958) hanno permesso di mettere in evidenza una diversità di comportamento dei vari gruppi di piante alla “ nebbia ” e di individuare anche 4 periodi principali di malattia. Le nuove infezioni si avrebbero più frequentemente in settembre - dicembre, mentre nel periodo dicembre - aprile, esse diminuiscono e si osserva il lento accrescimento delle macchie fogliari in atto. In questo periodo si verifica una filloptosi, la cui intensità è in diretta relazione alla gravità delle infezioni autunnali. In aprile -giugno, le nuove infezioni sono scarse ed ha inizio una filloptosi prevalentemente fisiologica che aumenta sensibilmente in giugno – agosto. La perdita di foglie (foglie vecchie e foglie infette) è compensata però, verso la fine del periodo, dalla fogliazione della tarda primavera. Le nuove infezioni sembrano rare in questo periodo, ma le macchie fogliari si estendono.
Per quanto riguarda la suscettibilità varietale, la Saccarata e la Giubiliana, che presentano una la filloptosi estiva molto intensa e non compensata da un’adeguata fogliazione, sono più gravemente esposte a gravi attacchi di nebbia.
Le piante con fiori ermafroditi, sembrerebbero essere più resistenti alla malattia delle piante con fiori femminili.
Tra le piante con fiori maschili, il gruppo Maschio Giallo sembra avere una forte ripresa vegetativa dopo la defogliazione estiva, ma anche una forte suscettibilità alle infezioni nel periodo autunnale.

Il gruppo Maschio Rosso, infine, sembra essere il più colpito dalla malattia. Esso avrebbe inoltre solo una lenta ripresa vegetativa primaverile.
Nelle piante adulte la malattia è molto meno intensa anche per effetto della ripresa vegetativa della pianta. In particolare, non si nota una grande importanza della filloptosi estiva, che evidentemente è più graduale ed è compensata da nuove emissioni di foglie. Ne consegue che le piante adulte mostrano danni minori che non le piante giovani. “Amele di Bari ”, “ Racemosa” “Giubiliana” e “ Maschio Rosso ”sembrano abbastanza resistenti alla “ nebbia ”. In esse, tuttavia, la defogliazione estiva è assai accentuata.
Graniti (1958) ha proposto una scala di suscettibilità alla “ nebbia ” di diversi gruppi di piante in osservazione che tiene conto esclusivamente della media di infezione presente sulla chioma all’atto dei rilievi.

Tabella 1 -Indice di infezione medio relativo alla chioma e ai frutti di alcune cultivar di carrubo (Graniti, 1958)

Cultivar

Piante  

  giovani

Piante

  adulte

0 foglie frutti foglie frutti
Amele di Bari 21,5 25,6 6,7 25,7
Ermafrodita Tantillo 22,4 70,6 - -
Ermafrodita Alfieri 23,0 45,6 - -
Racemosa 27,4 60,0 12,1 12,3
Saccarata 30,9 50,0 22,4 29,1
Giubiliana 33,3 - 15,2 -
Maschio giallo 33,5 - - -
Maschio rosso 39,0 - 23,0 -

Tabella 2 -Confronto tra precocità di fioritura e suscettibilità agli attacchi di oidio ai frutti di carrubo.

Popolazione

 Fioritura

Indice di infezione
Amele di Bari Precocissima e lunga 25,7
Saccarata Precoce e lunga 29,1
Giubiliana Intermedia 13,3
Racemosa Molto tardiva e brevissima 12,3

 

 

Dai dati scaturiscono alcune considerazioni che meriterebbero tuttavia il confronto del riscontro in condizioni ambientali differenti:
“Amele di Bari ” è di gran lunga più resistente alla malattia, non solo rispetto alle altre popolazioni femminili, ma anche alle piante con diversi caratteri fiorali. Il grado di suscettibilità alla malattia nelle piante giovani e nelle piante adulte è diverso, specie per quanto riguarda le foglie.
La suscettibilità agli attacchi sui frutti è più elevata sulle cultivar a fioritura precoce.
Ciò porterebbe a concludere sulla convenienza di diffondere maggiormente i Carrubi a fioritura tardiva, che sfuggirebbero in parte agli attacchi, prevalentemente autunnali, della “ nebbia ” sui frutti.
Data la povertà della coltura e il suo carattere estensivo, difficile sembra l’attuazione pratica della lotta. Per piante di valore particolarmente pregiato la lotta potrebbe essere forse conveniente in zone di solito molto colpite dalla malattia.
 

Maculatura fogliare del carrubo  
 (Pseudomonas Ciccaronei sp. N.)  




La malattia si manifesta con minute necrosi dei tessuti internervali, spesso circondate da aloni clorotici più evidenti sulla pagina superiore.
Ciccarone studiò per primo la malattia, riuscendo a riprodurla spruzzando una concentrazione di 103 e 105 cellule/ml, su foglie di piante di Carrubo di due anni, in serra.
Dai tessuti alterati, che al microscopio si presentano densamente abitati da popolazioni batteriche Gram-negative, assai mobili, sono stati facilmente ottenuti su agar nutritivo numerosi isolati di un batterio Gram-negativo, lofotrico a cui è stato dato il nome di Pseudomonas ciccaronei in onore dello studioso.

Pseudomonas Ciccaronei n. sp possiede: batteri unicellulari, asporigeni, lofotrichi, Gram-negativi, senza pigmenti intracellulari, che ossidano il glucosio e il saccarosio, non metabolizzano il lattosio e la salicina, non producono levani dal saccarosio, non possiedono ossidasi, non liquefanno la gelatina, non riducono i nitrati e sono tipicamente virulenti per il Carrubo, sul quale provocano una maculatura fogliare.
 

Marciume del legno


Si tratta di disfacimenti causati da basidiomiceti appartenenti alla famiglia Poliporacee.

 

Carie bianca
(Fomes igniarius (I. Ex fr.) Kickx).



La specie, diffusa in tutto il mondo, è causa della carie bianca del legno di moltissime piante (fra cui latifoglie forestali, vite, olivo, agrumi e carrubo).
Il fungo penetra nella parte alta della pianta attraverso i monconi di rami tagliati, da cui si diffonde nel cilindro legnoso, localizzandosi nell’alburno che assume una tinta bruno-intensa dovuta alle sostanze emesse dal microrganismo stesso. Le ife del micelio si raggruppano in ammassi biancastri nei raggi midollari e lungo le fibre legnose che a contatto dell’aria diventano giallastre. Lo xilema assume una tinta biancoocracea, si spacca in fessure concentriche alle cerchie di accrescimento annuali e diventa friabile e spugnoso. La carie si diffonde all’interno del tronco anche per anni senza alcuna manifestazione esteriore. La pianta infetta cessa di accrescersi in diametro all’altezza del punto di penetrazione del patogeno a cui, esternamente, corrisponde una depressione circondata da un bordo rilevato.
I carpofori del microrganismo hanno consistenza legnosa e forma di zoccolo equino sono perenni, ad accrescimento continuo e possono durare 15-20 anni. La superficie superiore è grigia-nerastra dapprima liscia, poi rugosa e quindi screpolata negli esemplari di età; l’ultimo bordo marginale è bruno-fulvo. Internamente essa è di colore rugginoso e l’imenio contiene alcuni strati di sottili tubi bruno-giallo-fulvi contenenti basidi e basidiospore.

 

Marciume rosso del legno (Polyporus sulphureus (Bull.) Fr.)



Il marciume rosso del legno è causato da Polyporus sulphureus, specie diffusa su molte piante fruttifere e forestali, sia latifoglie sia conifere.
Sul carrubo è stata identificata una varietà di questa specie: il P. sulphureus var. ceratoniae Risso che si stabilisce sul tronco o sulle grosse branche. I carpofori di questa varietà sono molto apprezzati per le loro caratteristiche organolettiche di pregio.

Si tratta di un parassita di ferita che causa una carie bruna di tipo cubico che produce cioè nel legno fessurazioni perpendicolari tra loro entro le quali si distinguono fiocchi miceliali biancastri. Quando il micelio raggiunge l’alburno e la corteccia, si aprono larghe fessure che lasciano uscire un ammasso di legno cariato di color fulvo, formando, coll’andare del tempo, ferite esposte, cavernose, le cui pareti vengono lentamente corrose.
I carpofori — di normale comparsa tra il mese di maggio e quello di novembre — sono localizzati alla base del tronco o sulle grosse radici ed hanno l’aspetto di mensole a bordo ondulato, ampie fino a 40-50 centimetri, sovrapposte, di consistenza molle-caseosa e friabili allo stato secco, di color giallo-aranciato nella parte superiore e giallo-zolfo in quella inferiore; infine diventano bianco-grigiastri. I pori sono ampi qualche millimetro, arrotondati poi angolosi o dentellati.
Questo tipo di carie si sviluppa più che altro nel senso longitudinale della pianta e non in quello della circonferenza.
 

Marciume del cuore del legno
(Polyporus hispidus (Bull.) Fr.)


Anche il marciume del cuore del legno è noto in numerose piante forestali e fruttifere ed è causato da un basidiomicete appartenente alla famiglia delle poliporacee.
Il micelio penetra attraverso lesioni o ferite e raggiunge rapidamente il legno dell’ospite che imbrunisce, perde consistenza e diminuisce di volume con formazione di cavità interne.
Tutta la pianta viene notevolmente indebolita nella sua solidità e si spezza facilmente sotto l’azione del vento e il peso della neve.
La lotta deve essere rivolta alla cura delle ferite che lasciano esposto il legno.
 

Ruggine del carrubo
(Phyllosticta pers.)


Phyllosticta ceratoniae Berk. agente di maculature fogliari diffuse che danno luogo a tacche necrotiche.
Non risulta di particolare significato economico. Peraltro, è noto che Phyllosticta si manifesta in frutteti o colture trascurate dal punto di vista fitosanitario, favorito dalla presenza di lesioni, raramente causa danni di rilievo sulle piante arboree. I sintomi consistono in genere in macchie fogliari, di norma piccole, arrotondate, brunastre, sulle quali si scorgono le fruttificazioni fungine sotto forma di punteggiature nere. Queste sono costituite da picnidi non stromatici, glabri, un po’ appiattiti, con parete sottile, inizialmente sottoepidermici e poi erompenti, muniti di un ostiolo ben differenziato.
Conidiogeni semplici e poco sviluppati. Conidi unicellulari, ialini, ovoidali od allungati, assai piccoli. La distinzione delle diverse specie è spesso incerta; e si fonda — oltreché sulle caratteristiche morfologiche del fungo — sulla matrice in cui vegetano.
 

Maculatura fogliare
(Pestalozzia ceratoniae Maubl.)



La maculatura fogliare indotta ha Pestalozzia ceratoniae, riscontrata su carrubo, non assume alcuna importanza pratica.
Sulle foglie si osserva la comparsa di larghe macchie secche, irregolari di colore brunastro o grigiastro, al centro delle quali si differenziano i corpi fruttiferi (acevuli) utili ai fini della conferma della diagnosi.
Ai fini della diagnosi si ricorda che il genere Pestalozzia comprende numerose specie con acervuli nerastri, sottoepidermici, erompenti solo dopo la formazione dei conidi.
Questi sono allungati, fusiformi, plurisettati, tipicamente bruni nella parte centrale e ialini alle estremità.
L’apice dei conidi è munito di ciglia (2-4) incolori. Sono note numerose specie per lo più saprofite e talvolta dotate di debole attitudine parassitaria verso piante diverse.