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Problemi fitosanitari del carrubo Sez. Patologia vegetale – Università degli Studi di Catania |
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Oidio del Carrubo (Oidium ceratoniae Comes) |
L’oidio o “nebbia” (noto localmente anche come “mal bianco”o “farinedda”) è la
malattia crittogamica più importante del Carrubo. I danni che essa causa variano
con la giacitura, l’esposizione e l’ubicazione dei carrubeti , nonchè con le
condizioni microclimatiche ed agronomiche.
Pur variando da zona a zona, in annate con decorso
non eccezionale, tali danni, sono contenuti
per lo più entro limiti precisabili e relativamente
stabili. In altre annate, però, la malattia
può apparire in forme violente e determinare
defogliazioni gravissime e riduzioni notevoli
della quantità e qualità del prodotto.
Agente della “ nebbia ” è Oidium ceratoniae
Comes, di cui non è nota la forma ascofora, segnalato
in quasi tutte le regioni ove si coltiva il
Carrubo.
Il fungo si sviluppa di preferenza su organi
giovani della pianta (foglie, infiorescenze, frutti).
Le foglioline colpite manifestano sulla pagina
inferiore (meno frequentemente anche su
quella superiore delle foglie più giovani) macchie
biancastre o cenerine con aspetto dapprima
rasato e talora raggiato, poi polverulento o
farinoso con margini indefiniti, irregolari, sinuosi,
talora dendritici.
Tali macchie, dapprima tenui, effuse,
rotondeggianti, limitate, si estendono poi e confluiscono,
rendendosi bene evidenti, mentre la
loro colorazione tende ad assumere tonalità sempre
più cupe, cineree, bianco-violacee, circondate
spesso da un breve alone violaceo. Le macchie
vecchie perdono gradualmente il loro aspetto
farinoso e il colore biancastro e divengono
brune o bruno-rossastre, con aspetto suberoso e
quasi reticolato e margini non definiti,
frastagliati, dendritici.
In stadi successivi, le ife del fungo formano
un fitto intreccio sugli organi parassitati che presentano
macchie di aspetto raggiato polveroso o
farinoso. Dalle ife si sollevano rami conidiofori
eretti, per lo più semplici, portanti conidi
catenulati, ialini, cilindroidi, misuranti µ 16,852,
4 - 7,5-24,3 (media µ 38,5 - 122).
I sintomi sulla pagina superiore delle foglie
si notano solo in una fase avanzata della malattia,
in corrispondenza delle alterazioni della pagina
inferiore, sotto forma di clorosi diffuse e
macchie di secco brune o bruno-nerastre.
I tessuti interessati si disseccano, screpolandosi
e distaccandosi dalle parti ancora sane delle
fogliole, sicchè le foglie con vecchie infezioni
mostrano perforazioni, lacerazioni e amputazioni
marginali delle lamine. Talora si notano addirittura
fogliole ridotte alla sola nervatura principale
e ad una stretta fascia di parenchimi
perinervali.
Sulle foglie giovani infezioni precoci possono
indurre bollosità, ondulazioni del margine e
accartocciamenti persistenti delle lamine.
Le foglie adulte o vecchie, di consistenza
coriacea e di colore verde cupo, sono scarsamente
suscettibili a nuove infezioni e mostrano solo
sintomi di infezioni pregresse che si evolvono
nel modo sopra descritto. Pertanto, le foglie rimangono
recettive alle infezioni di O. ceratoniae
solo per un periodo limitato (6-8 mesi) della loro
vita.
Le fogliole più colpite cadono precocemente
disarticolandosi dalla rachide fogliare, che può
rimanere in posto e cadere assai più tardi. A meno
che non si verificano attacchi gravi, il distacco
delle fogliole e delle foglie infette è favorita dalle
meteore e avviene più frequentemente durante
l’autunno e l’inverno.
Il danno arrecato ai fiori e ai frutti colpiti nelle
prime età del loro sviluppo è, in genere, poco
Convegno su “Il carrubo. Situazione attuale e prospettive di sviluppo”
importante. In annate di forti infezioni, a seguito
di attacco ai giovani frutti si può osservare un
minor numero di legumi, di dimensioni ridotte e
di qualità scadente, anche in relazione al più basso
grado zuccherino della polpa. La malattia si
manifesta dapprima con macchie di aspetto analogo
a quello delle macchie sulle foglie, ma più
irregolari nella forma e più estese.
Se i legumi sono colpiti precocemente e gravemente,
essi rimangono striminziti e infine disseccano
completamente sull’infruttescenza; oppure
cadono. Se l’attacco è più grave e tardivo,
in corrispondenza delle macchie, si ha necrosi e
suberosi dell’epicarpo che impediscono il normale
accrescimento dei tessuti nelle aree
parassitate, e danno luogo a caratteristiche
deformazioni dei frutti. A maturazione, in corrispondenza
delle aree lese, la superficie
dell’epicarpo appare secca e contrasta con il colore
bruno scuro delle zone indenni e si presenta
screpolata, depressa. La maturazione del frutto,
in tali punti, è inoltre molto ritardata.
Le osservazioni condotte da Graniti (1958)
hanno permesso di mettere in evidenza una diversità
di comportamento dei vari gruppi di piante
alla “ nebbia ” e di individuare anche 4 periodi
principali di malattia. Le nuove infezioni si
avrebbero più frequentemente in settembre - dicembre,
mentre nel periodo dicembre - aprile,
esse diminuiscono e si osserva il lento accrescimento
delle macchie fogliari in atto. In questo periodo
si verifica una filloptosi, la cui intensità è
in diretta relazione alla gravità delle infezioni
autunnali. In aprile -giugno, le nuove infezioni
sono scarse ed ha inizio una filloptosi prevalentemente
fisiologica che aumenta sensibilmente in
giugno – agosto. La perdita di foglie (foglie vecchie
e foglie infette) è compensata però, verso la
fine del periodo, dalla fogliazione della tarda primavera.
Le nuove infezioni sembrano rare in questo
periodo, ma le macchie fogliari si estendono.
Per quanto riguarda la suscettibilità varietale,
la Saccarata e la Giubiliana, che presentano una
la filloptosi estiva molto intensa e non compensata
da un’adeguata fogliazione, sono più gravemente
esposte a gravi attacchi di nebbia.
Le piante con fiori ermafroditi, sembrerebbero
essere più resistenti alla malattia delle piante
con fiori femminili.
Tra le piante con fiori maschili, il gruppo Maschio
Giallo sembra avere una forte ripresa
vegetativa dopo la defogliazione estiva, ma anche
una forte suscettibilità alle infezioni nel periodo
autunnale.
Il gruppo Maschio Rosso, infine, sembra essere
il più colpito dalla malattia. Esso avrebbe
inoltre solo una lenta ripresa vegetativa primaverile.
Nelle piante adulte la malattia è molto meno
intensa anche per effetto della ripresa vegetativa
della pianta. In particolare, non si nota una grande
importanza della filloptosi estiva, che evidentemente
è più graduale ed è compensata da nuove
emissioni di foglie. Ne consegue che le piante
adulte mostrano danni minori che non le piante
giovani. “Amele di Bari ”, “ Racemosa” “Giubiliana” e “ Maschio Rosso ”sembrano abbastanza
resistenti alla “ nebbia ”. In esse, tuttavia,
la defogliazione estiva è assai accentuata.
Graniti (1958) ha proposto una scala di suscettibilità
alla “ nebbia ” di diversi gruppi di
piante in osservazione che tiene conto esclusivamente
della media di infezione presente sulla
chioma all’atto dei rilievi.
Tabella 1 -Indice di infezione medio relativo alla chioma e ai
frutti di alcune cultivar di carrubo (Graniti, 1958)
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Cultivar |
Piante |
giovani |
Piante |
adulte |
| 0 | foglie | frutti | foglie | frutti |
| Amele di Bari | 21,5 | 25,6 | 6,7 | 25,7 |
| Ermafrodita Tantillo | 22,4 | 70,6 | - | - |
| Ermafrodita Alfieri | 23,0 | 45,6 | - | - |
| Racemosa | 27,4 | 60,0 | 12,1 | 12,3 |
| Saccarata | 30,9 | 50,0 | 22,4 | 29,1 |
| Giubiliana | 33,3 | - | 15,2 | - |
| Maschio giallo | 33,5 | - | - | - |
| Maschio rosso | 39,0 | - | 23,0 | - |
Tabella 2 -Confronto tra precocità di fioritura e suscettibilità agli attacchi di oidio ai frutti di carrubo.
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Popolazione |
Fioritura |
Indice di infezione |
| Amele di Bari | Precocissima e lunga | 25,7 |
| Saccarata | Precoce e lunga | 29,1 |
| Giubiliana | Intermedia | 13,3 |
| Racemosa | Molto tardiva e brevissima | 12,3 |
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Dai dati scaturiscono alcune considerazioni
che meriterebbero tuttavia il confronto del riscontro
in condizioni ambientali differenti:
“Amele di Bari ” è di gran lunga più resistente
alla malattia, non solo rispetto alle altre
popolazioni femminili, ma anche alle piante con
diversi caratteri fiorali. Il grado di suscettibilità
alla malattia nelle piante giovani e nelle piante
adulte è diverso, specie per quanto riguarda le
foglie.
La suscettibilità agli attacchi sui frutti è più
elevata sulle cultivar a fioritura precoce.
Ciò porterebbe a concludere sulla convenienza
di diffondere maggiormente i Carrubi a fioritura
tardiva, che sfuggirebbero in parte agli attacchi,
prevalentemente autunnali, della “ nebbia
” sui frutti.
Data la povertà della coltura e il suo carattere
estensivo, difficile sembra l’attuazione pratica
della lotta. Per piante di valore particolarmente
pregiato la lotta potrebbe essere forse conveniente
in zone di solito molto colpite dalla malattia.
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Maculatura fogliare del carrubo |
La malattia si manifesta con minute necrosi
dei tessuti internervali, spesso circondate da aloni
clorotici più evidenti sulla pagina superiore.
Ciccarone studiò per primo la malattia, riuscendo
a riprodurla spruzzando una concentrazione di 103 e 105 cellule/ml, su foglie di piante
di Carrubo di due anni, in serra.
Dai tessuti alterati, che al microscopio si presentano
densamente abitati da popolazioni
batteriche Gram-negative, assai mobili, sono stati
facilmente ottenuti su agar nutritivo numerosi
isolati di un batterio Gram-negativo, lofotrico a
cui è stato dato il nome di Pseudomonas
ciccaronei in onore dello studioso.
Pseudomonas Ciccaronei n. sp possiede: batteri
unicellulari, asporigeni, lofotrichi, Gram-negativi,
senza pigmenti intracellulari, che ossidano
il glucosio e il saccarosio, non metabolizzano
il lattosio e la salicina, non producono levani dal
saccarosio, non possiedono ossidasi, non liquefanno
la gelatina, non riducono i nitrati e sono
tipicamente virulenti per il Carrubo, sul quale
provocano una maculatura fogliare.
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Marciume del legno |
Si tratta di disfacimenti causati da basidiomiceti
appartenenti alla famiglia Poliporacee.
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Carie bianca
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La specie, diffusa in tutto il mondo, è causa
della carie bianca del legno di moltissime piante
(fra cui latifoglie forestali, vite, olivo, agrumi e
carrubo).
Il fungo penetra nella parte alta della pianta
attraverso i monconi di rami tagliati, da cui si
diffonde nel cilindro legnoso, localizzandosi
nell’alburno che assume una tinta bruno-intensa
dovuta alle sostanze emesse dal microrganismo
stesso. Le ife del micelio si raggruppano in ammassi
biancastri nei raggi midollari e lungo le
fibre legnose che a contatto dell’aria diventano
giallastre. Lo xilema assume una tinta biancoocracea,
si spacca in fessure concentriche alle
cerchie di accrescimento annuali e diventa friabile
e spugnoso. La carie si diffonde all’interno
del tronco anche per anni senza alcuna manifestazione
esteriore. La pianta infetta cessa di accrescersi
in diametro all’altezza del punto di
penetrazione del patogeno a cui, esternamente,
corrisponde una depressione circondata da un
bordo rilevato.
I carpofori del microrganismo hanno consistenza
legnosa e forma di zoccolo equino sono
perenni, ad accrescimento continuo e possono
durare 15-20 anni. La superficie superiore è grigia-nerastra dapprima liscia, poi rugosa e quindi
screpolata negli esemplari di età; l’ultimo bordo
marginale è bruno-fulvo. Internamente essa è di
colore rugginoso e l’imenio contiene alcuni strati
di sottili tubi bruno-giallo-fulvi contenenti basidi
e basidiospore.
| Marciume rosso del legno (Polyporus sulphureus (Bull.) Fr.) |
Il marciume rosso del legno è causato da
Polyporus sulphureus, specie diffusa su molte
piante fruttifere e forestali, sia latifoglie sia conifere.
Sul carrubo è stata identificata una varietà di
questa specie: il P. sulphureus var. ceratoniae
Risso che si stabilisce sul tronco o sulle grosse
branche. I carpofori di questa varietà sono molto
apprezzati per le loro caratteristiche
organolettiche di pregio.
Si tratta di un parassita di ferita che causa
una carie bruna di tipo cubico che produce cioè
nel legno fessurazioni perpendicolari tra loro
entro le quali si distinguono fiocchi miceliali
biancastri. Quando il micelio raggiunge l’alburno
e la corteccia, si aprono larghe fessure che lasciano
uscire un ammasso di legno cariato di
color fulvo, formando, coll’andare del tempo,
ferite esposte, cavernose, le cui pareti vengono
lentamente corrose.
I carpofori — di normale comparsa tra il mese
di maggio e quello di novembre — sono localizzati
alla base del tronco o sulle grosse radici ed
hanno l’aspetto di mensole a bordo ondulato,
ampie fino a 40-50 centimetri, sovrapposte, di
consistenza molle-caseosa e friabili allo stato
secco, di color giallo-aranciato nella parte superiore
e giallo-zolfo in quella inferiore; infine diventano
bianco-grigiastri. I pori sono ampi qualche
millimetro, arrotondati poi angolosi o
dentellati.
Questo tipo di carie si sviluppa più che altro
nel senso longitudinale della pianta e non in quello
della circonferenza.
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Marciume del cuore del legno |
Anche il marciume del cuore del legno è noto
in numerose piante forestali e fruttifere ed è causato
da un basidiomicete appartenente alla famiglia
delle poliporacee.
Il micelio penetra attraverso lesioni o ferite e
raggiunge rapidamente il legno dell’ospite che
imbrunisce, perde consistenza e diminuisce di
volume con formazione di cavità interne.
Tutta la pianta viene notevolmente indebolita
nella sua solidità e si spezza facilmente sotto
l’azione del vento e il peso della neve.
La lotta deve essere rivolta alla cura delle
ferite che lasciano esposto il legno.
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Ruggine del carrubo |
Phyllosticta ceratoniae Berk. agente di
maculature fogliari diffuse che danno luogo a
tacche necrotiche.
Non risulta di particolare significato economico.
Peraltro, è noto che Phyllosticta si manifesta
in frutteti o colture trascurate dal punto di
vista fitosanitario, favorito dalla presenza di lesioni,
raramente causa danni di rilievo sulle piante
arboree. I sintomi consistono in genere in macchie
fogliari, di norma piccole, arrotondate,
brunastre, sulle quali si scorgono le fruttificazioni
fungine sotto forma di punteggiature nere. Queste sono costituite da picnidi non stromatici,
glabri, un po’ appiattiti, con parete sottile, inizialmente
sottoepidermici e poi erompenti, muniti
di un ostiolo ben differenziato.
Conidiogeni semplici e poco sviluppati.
Conidi unicellulari, ialini, ovoidali od allungati,
assai piccoli. La distinzione delle diverse specie
è spesso incerta; e si fonda — oltreché sulle caratteristiche
morfologiche del fungo — sulla
matrice in cui vegetano.
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Maculatura fogliare (Pestalozzia ceratoniae Maubl.) |
La maculatura fogliare indotta ha Pestalozzia
ceratoniae, riscontrata su carrubo, non assume
alcuna importanza pratica.
Sulle foglie si osserva la comparsa di larghe
macchie secche, irregolari di colore brunastro o
grigiastro, al centro delle quali si differenziano i
corpi fruttiferi (acevuli) utili ai fini della conferma
della diagnosi.
Ai fini della diagnosi si ricorda che il genere
Pestalozzia comprende numerose specie con
acervuli nerastri, sottoepidermici, erompenti solo
dopo la formazione dei conidi.
Questi sono allungati, fusiformi, plurisettati,
tipicamente bruni nella parte centrale e ialini alle
estremità.
L’apice dei conidi è munito di ciglia (2-4)
incolori. Sono note numerose specie per lo più
saprofite e talvolta dotate di debole attitudine
parassitaria verso piante diverse.