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La coltura del carrubo in Sicilia Patrizio Damigella -Alessandra Gentile - Stefano La Malfa Dipartimento di OrtoFloroArboricoltura e Tecnologie Agroalimentari Sez. Arboricoltura – Università degli Studi di Catania |
Il carrubo (Ceratonia siliqua L.) costituisce senza dubbio uno degli elementi che maggiormente caratterizza gli ecosistemi mediterranei;
il paesaggio della Sicilia e, specificatamente quello dell’area iblea, è fortemente contraddistinto dalla presenza di questa specie arborea la cui importanza non deve essere considerata solo dal punto di vista produttivo, ma anche in funzione del fatto che il carrubo, in aree marginali anche del nostro paese, costiere, con suoli poveri e con problemi di carenza d’acqua, si propone come unica coltura praticabile anche se in presenza di rese piuttosto ridotte, contribuendo alla salvaguardia del territorio sia sotto l’aspetto socio-economico che sotto quello idrogeologico. Ha, pertanto, una doppia valenza, come albero da frutto e albero ornamentale, svolgendo funzioni diverse (produttive e paesaggistiche) che, spesso, risultano abbinate. Il carrubo, inoltre, possiede alcune caratteristiche di rusticità, arido-resistenza e limitata richiesta di cure colturali (idoneo per il “part-time farming”), nonostante si avvantaggi e risponda bene a cure colturali anche minime e all’irrigazione.
Nel corso degli anni sono stati diversi gli autori che hanno dato il loro contributo per lo studio, la descrizione e la valutazione dell’importanza che questa specie riveste per la nostra regione. Solo per citare i più rilevanti vorremmo in questa sede ricordare il testo dell’Edagricole “Il carrubo” del Prof. Paolo Spina (1986), gli atti del convegno organizzato dalla Camera di Commercio di Ragusa dal titolo “Il carrubo… salviamolo!” (1982) e quelli del Convegno “Il carrubo: aspetti colturali, economici ed ambientali” organizzato dalla sezione dell’Assistenza Tecnica di Rosolini dell’ESA nel 1995. Da tutte queste fonti, oltre che alcune ricognizioni sul territorio e dal confronto con alcuni operatori del settore, abbiamo attinto cercando di focalizzare la nostra attenzione sugli aspetti tecnico-agronomici della coltura in Sicilia e, soprattutto, sulle sue prospettive di sviluppo e quindi sugli interventi che possono contribuire a rivitalizzare il settore.
Dopo un periodo di relativo disinteresse nei confronti del carrubo, negli ultimissimi anni si è assistito ad una rinnovata attenzione per questa coltura. Tralasciando gli aspetti prettamente economici che verranno da altri relatori evidenziati, ci preme in questa sede ricordare e portare a conoscenza degli intervenuti due importanti iniziative. La prima riguarda il progetto Ce-Genres 29 “Minor fruit tree species conservation” che vede impegnate, per quanto riguarda il carrubo, istituzioni italiane, greche e spagnole per lo studio e la conservazione rispettivamente di alcune accessioni (Caruso e Sottile, 2000). La seconda riguarda la recente approvazione da parte del Ministero per le Politiche Agricole e Forestali di un Progetto di Ricerca “Analisi tecniche ed economiche sulla produzione e sul mercato delle carrube e dei derivati” al quale partecipano come Unità Operative alcuni Dipartimenti dell’Università di Catania.
Tralasciamo in questa sede, per brevità, le iniziative che riguardano Istituzioni estere di Paesi, quali la Spagna o altri Paesi del Bacino del Mediterraneo, che, anche per la coltura del carrubo, si trovano oggi potremmo dire in competizione con l’Italia. Diciamo Italia, ben sapendo, però, che intendiamo Sicilia in quanto la nostra Regione contribuisce per oltre il 90% alla produzione italiana stimata, negli scorsi anni, in circa 40.000 tonnellate (circa 1/6 della produzione mondiale).
Per quanto riguarda gli aspetti produttivi, a livello mondiale, come precedentemente accennato, si registra un rinnovato interesse che scaturisce anche da nuove utilizzazioni del frutto ed, in particolare, del seme. Infatti, se in passato si utilizzava la polpa per l’alimentazione, sia animale che umana, oggi questa può considerarsi un sottoprodotto e viene utilizzata quasi esclusivamente per l’industria mangimistica. E’ il seme del carrubo che ha, invece, assunto maggiore importanza relativa (anche se in passato è stato sempre considerato per le sue caratteristiche di uniformità del peso) e i suoi derivati trovano impiego nell’industria alimentare, farmaceutica e cosmetica.
Da un punto di vista agronomico, tuttavia, la progressiva maggiore importanza che ha assunto il seme ha determinato di conseguenza anche una modificazione nei parametri della resa così come, ovviamente, nelle caratteristiche di pregio da ricercare e valorizzare nel germoplasma di carrubo esistente e negli obiettivi da perseguire nei programmi di miglioramento genetico.
Tassonomia e aree di origine
Appartiene all’ordine della Rosales, alla famiglia delle Leguminose (syn. Fabaceae) e al genere Ceratonia. Alla famiglia delle leguminose vengono ascritti 650 generi e oltre 18.000 specie caratterizzate da esigenze ecologiche e da una morfologia estremamente variabile. Da un punto di vista strettamente tassonomico, il carrubo appartiene alla tribù Cassiae della sottofamiglia Caesapinoideae anche se tale inquadramento botanico non è scevro da dubbi, soprattutto per il diverso numero di cromosomi (2n=24) del genere Ceratonia rispetto a quello della maggior parte dei membri della stessa tribù (2n=48). Secondo diversi autori, infatti, il genere Ceratonia è da considerare l’unico superstite di una larga parte della famiglia delle leguminose, oramai completamente estinta (Hillcoat et al., 1980; Tucker, 1992).
Al genere Ceratonia fino ad alcuni decenni fa veniva scritta una sola specie, il carrubo. Nel 1980 è stata descritta una seconda specie, C. oreothauma, che presenta caratteri morfologici estremamente distinti dalla specie C. siliqua e che viene considerata, sulla base di caratteristiche palinologiche, il progenitore selvatico del carrubo coltivato. (Hillcoat et al., 1980).
L’area di origine del carrubo non è chiara, a differenza di quella della sola specie ad essa correlata C. oreothauma, che, con certezza, viene indicata nel corno d’Africa (Somalia) e in Arabia (sultanato di Oman). Secondo De Condolse (1883) e Vasilov (1951) proverrebbe dalla Turchia e dalla Siria e, più recentemente, Zohary (1973) lo raggruppa insieme ai generi Olea, Laurus, Myrtus, Chamerops considerandolo, pertanto, originario della penisola araba. Neanche la distribuzione geografica di tale specie è chiara anche se è certo che la sua coltivazione risale a tempi assai remoti. In Italia essa è stata introdotta dai Greci e successivamente gli Arabi l’ hanno diffusa lungo le coste dell’Africa settentrionale fino alla Spagna da dove ha, successivamente, raggiunto il sud del Portogallo e il sud-est della Francia.
Nei Paesi del Mediterraneo la distribuzione di specie sempreverdi appartenenti alle sclerofille quali il carrubo risulta fortemente condizionata dalle minime termiche (Mitrakos, 1981) e tale sensibilità al freddo risulta ancora più elevata nella specie affine – C. orethauma – la cui presenza risulta pertanto ristretta all’Arabia e alla Somalia.
Descrizione botanica della specie
Ceratonia siliqua è un albero sempreverde che può crescere come arbusto o può raggiungere l’altezza di oltre 10 metri con una chioma ampia, semisferica, che contribuisce fortemente a farlo considerare un albero dal portamento maestoso.
Ha un tronco spesso e una corteccia marrone piuttosto rugosa. L’apparato radicale presenta uno sviluppo piuttosto notevole con grande capacità di seguire le asperità del terreno e, pertanto, di occupare i pochi spazi liberi presenti nei terreni rocciosi.
Le foglie sono composte, alternate, pennate con o senza una fogliolina terminale lunghe da 10 a 20 cm. Le foglioline sono lunghe 3-7 cm., di forma ovata o ellittica disposte normalmente in coppie opposte da 4 a 10, coriacee, di colore verde scuro lucente nella pagina superiore e verde più chiaro nella pagina inferiore, percorse da numerose nervature con margini leggermente ondulati e minuscole stipole. Gli stomi sono presenti solo nell’epidermide inferiore e sono riuniti in gruppi (Mitrakos, 1998).
E’ una specie decidua con alcune forme ermafrodite; fiori maschili, femminili ed ermafroditi sono generalmente presenti su alberi differenti. I fiori sono inizialmente bisessuali ma durante lo sviluppo uno dei due sessi viene soppresso rimanendone funzionale solo uno. La dioicia non è comune tra le leguminose ed è considerato un carattere ancestrale. I fiori sono piccoli e numerosi disposti a spirale lungo l’asse dell’infiorescenza (racemo) che si origina su speroni da rami vecchi e anche dal tronco secondo il fenomeno noto come caulifloria. I fiori mostrano una struttura pentamera, sono privi di corolla con calice rosso-verdastro. I fiori femminili hanno un pistillo lungo circa 1 cm di colore verde pallido; lo stimma sessile e depresso è circondato da cinque sepali e da stami rudimentali.
I fiori maschili invece presentano cinque stami portati da filamenti sottili con antere di colore rosso o giallo; al centro del ricettacolo vi è traccia del pistillo atrofizzato. I fiori ermafroditi presentano sia stami che pistillo completamente sviluppati.
Il frutto è una siliqua indeiscente, di colore verde durante lo sviluppo e marrone scuro a maturità, di forma allungata, dritta o curvata, ispessita nella linea di sutura, lunga dai 10 ai 30 cm, larga 1,5-3,5 cm e spessa circa 1 cm con un apice tronco o subacuto. I semi sono di colore marrone e di consistenza cuoiosa a maturità. Il periodo dalla fioritura alla fruttificazione dura quasi 11 mesi, per cui alla raccolta, in genere ad agosto-settembre, è possibile trovare sulla stessa pianta frutti maturi e infiorescenze.
Biologia fiorale
La biologia fiorale della specie è, come noto, particolarmente complessa, al punto che Crescimanno nel 1995 definì il carrubo una pianta dalla “sessualità abbastanza sofferta”. Rimangono tuttora sconosciuti alcuni aspetti della biologia
riproduttiva del carrubo, anche se numerosi autori hanno affrontato tale problematica. E’ certo che non si può esclusivamente fare riferimento a piante dioiche, poligame o ermafrodite solo sulla base della struttura fiorale loro perché esistono ben cinque diversi tipi di infiorescenze racemose presenti su piante separate (Meikle,1977):
Maschili con lunghi filamenti e pistilli abortiti;
Maschili con corti filamenti e pistilli abortiti;
Ermafroditi con completo sviluppo di stami e pistilli;
Femminili con staminoidi abortiti e pistilli perfettamente sviluppati;
Poligame, con fiori maschili, femminili e ermafroditi.
La specie, inoltre, presenta una elevata scalarità dell’epoca di fioritura che coinvolge non soltanto le infiorescenze della medesima pianta ma anche nell’ambito della stessa infiorescenza i fiori basali rispetto a quelli apicali: tutto ciò rende ancora più complesso il quadro della biologia riproduttiva del carrubo.
Come evidenziato più volte negli scorsi anni, e la situazione nella maggior parte dei casi non è sicuramente mutata, la produttività annuale, oltre alle variabili classiche (clima, carico di infiorescenze femminili o ermafrodite, alternanza) è sicuramente legata alla carenza di polline.
Per assicurare una adeguata produzione è indispensabile la presenza di piante inpollinatrici anche se questo non sempre è sufficiente; infatti, diversi fattori concorrono a determinare carenza di polline utile per i processi fecondativi tra i quali, l’erraticità dell’epoca di fioritura in relazione a caratteristiche genetiche e agli andamenti climatici, l’esiguo numero di piante maschili presenti negli impianti e l’alto livello di frazionamento della proprietà. Quest’ultimo aspetto è responsabile spesso dell’eliminazione delle piante maschili laddove la funzione del carrubo non è produttiva, contribuendo a ridurre la disponibilità complessiva di polline.
Occorre, pertanto, opportunamente sensibilizzare gli operatori affinchè gli esemplari maschili presenti in coltivazione non vengano eliminati perché improduttivi; così come negli impianti di nuova costituzione, nei quali le piante vengono innestate in campo, è necessario prevedere l’innesto di piante maschili che assicurino la fornitura di polline. Andrebbe poi indagata, analogamente a quanto verrà sottolineato per le cultivar femminili o ermafrodite, la presenza di accessioni diverse e la loro potenzialità fecondativa.
Convegno su “Il carrubo. Situazione attuale e prospettive di sviluppo” . Non possiamo proporre semplicemente l’impianto di cultivar ermafrodite in quanto è riportato in letteratura che le piante femminili sono migliori produttrici rispetto alle ermafrodite (Battle and Tous, 1997).
Patrimonio varietale
Il patrimonio varietale del carrubo presenta aspetti di poca chiarezza spesso dovuti a casi di sinonimia ed eteronimia nelle aree diverse di coltivazione per l’abitudine di denominare le varietà con appellativi del dialetto locale (Spina, 1986). La carrubicoltura mondiale oggi annovera oltre 60 varietà, delle quali solo alcune di nuova costituzione ottenute da specifici programmi di miglioramento genetico condotti principalmente negli USA e a Cipro. Tali programmi, sebbene di modesta entità, hanno subito nel tempo profonde modificazioni negli obiettivi perseguiti. A motivo di tali cambiamenti vi è certamente la diversa destinazione del prodotto;
nel passato, infatti, erano le varietà a favorevole rapporto polpa/seme ad essere ricercate, recentemente, invece, vi è stata una inversione di tendenza nella ricerca del tipo ideale per cui l’attività di valorizzazione del germoplasma è stata rivolta alle varietà con un più basso rapporto polpa/semi. Nella tabella 1 e nella tabella 2 sono riportate rispettivamente le principali varietà di carrubo diffuse nel mondo e quelle più importanti per la Sicilia.
La presenza delle ricordate sinonimie ed eteronomie nel patrimonio varietale rende difficile un reale accertamento della variabilità esistente in seno alla specie; soprattutto con riferimento al mutato interesse commerciale (dalla polpa al seme, le cui diverse parti rappresentano fonti di sostanze preziose) è assolutamente necessario poter disporre di un prodotto varietale diversificato. Attualmente l’industria di trasformazione riceve e lavora semi la cui provenienza non è accertabile e in nessun caso il prodotto viene lavorato separatamente per lotti provenienti da cultivar diverse. Se questa eterogeneità non ha costituto un problema per l’utilizzo della polpa, sarebbe invece interessante poter diversificare il prodotto in base all’origine, in quanto del seme vengono utilizzati, con finalità diverse, i tegumenti, l’endosperma ed il germe. Tali componenti potrebbero avere incidenza percentuale diversa a seconda delle cultivar con risvolti che l’industria giudica interessanti. Competenze specifiche tratteranno, a tal proposito, gli aspetti tecnici ed applicativi delle diverse componenti del seme nell’industria agroalimentare e farmaceutica. Le possibilità di intervento con riferimento al patrimonio varietale sono individuate come segue:
caratterizzazione delle entità presenti in coltivazione e accertamento delle sinonimie e delle omonimie. Per tale fase occorrerebbe mettere a punto un inventario dei possibili descrittori varietali sia su base morfologica (lavoro peraltro già iniziato da Crescimanno et al., 1988 e da Barbagallo et al., 1997), sia eventualmente su base genetica attraverso individuazione di marcatori biomolecolari che permettano attraverso l’analisi del DNA di identificare con certezza le cultivar; ciò consentirebbe sia di poter chiarire le omonimie e le sinonimie sicuramente esistenti nel patrimonio varietale, sia in prospettiva, attraverso l’individuazione di marcatori associati al carattere sesso della pianta, di riconoscere precocemente le cultivar femminili, maschili o ermafrodite e velocizzare i programmi di miglioramento genetico. Bisogna a tal proposito ricordare che è stata svolta un’indagine con gli isoenzimi per la caratterizzazione di 25 genotipi. Non vi sono però tra queste accessioni italiane ed il livello di polimorfismo ottenuto ha consentito solo la separazione in gruppi (Tous et al., 1992);
introduzione e valutazione di cultivar straniere nonché valutazione di selezioni locali, soprattutto di semenzali già ottenuti e attualmente in collezione presso alcune istituzioni scientifiche.
Tabella 1. Principali varietà di carrubo diffuse nel mondo.
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Paese |
Varietà |
| Spagna | Negra, Royal, Banya de Cabra, Durajo, Metalafera, Melera, Delamel, Rubria, Ramillete, Mixt, Blanca, Fino, Castellano |
| Italia | Giubiliana, Racemosa, Saccarata, Amele di Bari, Latinissima, Falcata, Bonifacio, Tantillo, Moresca, Calabrese |
| Portogallo | Galhosa, Canela, Costella de Vaca, Alfarroba de Burro, Mulata, Bonita |
| Grecia | Hemeria, Tylliria, Kritiqui, Sykeia |
| Cipro | Tylliria, Koundorka |
| Creta | Banturia |
| Algeria | Bouye, Altea |
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Tunisia |
Sfax |
| Libia | Kyrmiotikè, Sarakinè, Templeotikè |
| Israele | Tylliria, Habati, Sandalawi |
| California | Santa Fè, Excelsior, Hornè, Victoria, White, Conejo, Anaheim, Molino |
| Australia | Chook-house, Paxton, Maitland, Irlam, Marshall 1 |
Tabella 2. Principali varietà di carrubo diffuse in Sicilia
| Cultivar | Sinonimi | Caratteristiche | ||||||
| Latinissima |
Giubiliana Cipriana, Masculina |
Pianta vigorosa; produttività costante e abbondante; semi grossi |
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| Racemosa |
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| Morescona |
Per alcuni sottovarietà della Racemosa |
Si distingue dalla racemosa per la fruttificazione più abbondante e costante | ||||||
| Saccarata |
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| Falcata | Falcata, Francisa |
Pianta di grande sviluppo Alternante, frutti di forma arcuata, poco polposi, poco zuccherini |
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| Ermafrodita Bonifacio |
Di medio sviluppo e a portamento espanso; frutto lungo a basso tenore zuccherino; semi numerosi e di dimensioni medie |
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| Ermafrodita Tantillo |
Portamento assurgente, internodi lunghi, produzione elevata e costante Frutto di media lunghezza, con polpa soffice, debolmente astringente |
Vi è l’esigenza di allargare l’indagine quanto più possibile a collezioni naturali di germoplasma, magari reperibili in altri Paesi: Infatti, nonostante il grado di variabilità genetica esistente nelle sporadiche collezioni, bisogna ricordare come le accessioni presenti siano state selezionate, più o meno volutamente, per l’elevato contenuto di polpa e pertanto bisognerebbe anche valutare e utilizzare per il miglioramento genetico accessioni selvatiche o spontanee che si caratterizzerebbero per un più elevato rapporto semi/polpa.
Per quanto riguarda le varietà maschili, sebbene vi siano evidenze della presenza di tipi diversi, in Italia, così come in Portogallo e in Spagna, i due tipi principali vengono contraddistinti e denominati sulla base del colore delle antere;
abbiamo così il “Maschio giallo” e il “Maschio rosso”. Tale classificazione è ovviamente indipendente da tutte le altre caratteristiche del fiore e pertanto inadeguata per fornire indicazioni sulla loro reale capacità impollinatrice. E’ comunque segnalato che la fioritura del “Maschio rosso” si prolunghi maggiormente rispetto a quella del “Maschio giallo”.
Altro aspetto non secondario da segnalare riguarda l’epoca di fioritura che per il carrubo cade, analogamente a quanto avviene per molte specie tropicali nel nostro ambiente, in autunno (settembre-novembre) con parziale sovrapposizione, in funzione anche dell’andamento climatico con quella del nespolo del Giappone.
La prolungata antesi dei fiori di carrubo assicura anche in condizioni di clima instabile come quello del periodo autunnale un’adeguata impollinazione. Questa, è nel carrubo, assicurata soprattutto da entomofauna pronuba, anche
se il vento può svolgere un ruolo di una certa efficacia.
Propagazione
Il carrubo può essere propagato per innesto o per autoradicazione. Non esistono portinnesti selezionati ed i semenzali, ottenuti da lotti di seme eterogenei, differiscono tra loro fortemente per il vigore, per lo sviluppo e per la resistenza al freddo. In genere il carrubo si propaga per innesto perché la propagazione per autoradicazione non ha ancora raggiunto livelli soddisfacenti di successo. Diversi autori (Lee et al., 1977; Hartmann and Kester, 1983) hanno evidenziato che tre aspetti appaiono cruciali per la radicazione, quali l’epoca di prelievo del materiale, il tipo di espianto e il genotipo.
Attualmente in Sicilia i nuovi impianti carrubicoli sono sorti soprattutto grazie all’intervento pubblico per la forestazione produttiva
(Reg. CEE 2080/92), in aree quindi marginali.
Ci troviamo conseguentemente in una situazione differente dalla Spagna dove nuovi impianti razionali, talora irrigui, hanno valorizzato il carrubo scegliendolo tra le diverse opportunità colturali e non perché unica alternativa praticabile.
I metodi di propagazione adottati non hanno subito modificazioni di rilievo negli ultimi anni, rispecchiando la staticità del settore nel suo complesso. Attualmente la tecnica di impianto prevede la messa a dimora di semenzali di due anni
di età, ottenuti da lotti di seme eterogeneo, i cui livelli di variabilità risultano molto elevati. Si procede quindi all’innesto in campo, a gemma vegetante, nella primavera successiva all’impianto.
Tralasciando qui le problematiche connesse alla scelta della cultivar da innestare, altrove richiamate, ci soffermiamo su alcuni aspetti:
a tipologia di innesto adottata, pur se appare sinora la più valida, presenta alcune difficoltà determinate dalla breve durata del periodo utile per l’innesto stesso, dalla difficoltà di dover operare direttamente in campo (trasporto del materiale vegetale, condizioni atmosferiche, etc.) e dalle percentuali di successo ottenibili, elevate solo se in presenza di manodopera di lunga esperienza;
le alternative alla tecnica attualmente adottata potrebbero essere rappresentate dall’innesto in vivaio o dalla propagazione per autoradicazione. Entrambe tali alternative, a parte le remore di ordine “culturale”, presentano alcune incognite che andrebbero chiarite. In particolare, sebbene per il taleggio siano state ormai superate alcune difficoltà tecniche per l’ottenimento della radicazione, restano alcuni dubbi dettati soprattutto dalle differenze nelle caratteristiche delle radici. Con la autoradicazione si ottiene infatti un apparato radicale diverso da quello fittonante dei semenzali che gli “antichi” ci insegnavano a salvaguardare in quanto ad esso appare dovuta, almeno in parte, la capacità di adattamento del carrubo e la sua aridoresistenza;
un’altra possibilità potrebbe essere offerta dalla micropropagazione. Sebbene ci siano stati alcuni tentativi, utilizzando sia tessuti giovanili che adulti, non ci sono riferimenti bibliografici che riportino la messa a dimora di piante ottenute mediante la coltura in vitro. Recentemente sono state ottenute piantine in seguito ad un processo di embriogenesi somatica insorto in calli ottenuti dalla coltura in vitro di ovuli (Carimi et al. 1977). Tuttavia la disponibilità di nuovi protocolli lascia ipotizzare il superamento di alcune difficoltà intrinseche alla specie e permettere la propagazione in vitro delle cultivar ed eventualmente di genotipi da utilizzare come portinnesti, con gli evidenti vantaggi in termini di uniformità e di riduzione del periodo improduttivo.
In definitiva appare chiaro che anche il settore della propagazione potrebbe avvalersi dei risultati di specifiche attività di ricerca, che se da un lato hanno bisogno di laboratori e attrezzature specifiche (vedi il caso della propagazione in vitro), dall’altro non possono prescindere da un coinvolgimento dell’esperienza di campo di molti operatori del settore.
La sinergia sopra richiamata tra tutti gli operatori che a diverso titolo si occupano di carrubo rappresenta a nostro avviso il requisito essenziale per l’auspicato rilancio della coltura. La nostra nota, sicuramente non esaustiva delle
problematiche, vuole però segnalare la disponibilità e l’impegno per alcuni aspetti sopra citati. I primi passi in tale direzione sono già stati fatti, anche col mantenimento di un campo collezione e con alcune prove di rigenerazione in vitro; altri sicuramente ne saranno fatti e auspichiamo che il prosieguo dei lavori possa offrire la possibilità di individuare percorsi comuni.
Bibliografia
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