Intervento introduttivo
Patrizio Damigella
Dipartimento di OrtoFloroArboricoltura e Tecnologie Agroalimentari
Sez. Arboricoltura – Università degli Studi Catania

 

Anche come premessa alla relazione che sarà illustrata dalla Prof. Gentile, ma principalmente nel tentativo di inquadrare i temi e i problemi che si pongono a monte dell’argomento oggetto di questo Convegno, mi permetterò di richiamare alla vostra attenzione alcune connotazioni che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’agricoltura del nostro Paese e della nostra regione nell’ultimo cinquantennio.


Di fronte agli attuali processi di globalizzazione, mondializzazione e integrazione regionale delle economie, l’agricoltura italiana, avendo profondamente modificato i propri assetti organizzativi e produttivi e pur avendo mantenuto e forse incentivato forti articolazioni regionali, si caratterizza mediante due parametri fondamentali: incidenza sul prodotto interno lordo del 2,6% (contro il 20% degli anni 50) e impegno della forza lavoro del 6% (contro il 43% degli anni 50).


Una profonda modificazione del suo ruolo e della sua importanza che ha, fra l’altro, determinato processi di specializzazione in molti settori produttivi. Sono molto frequenti i casi in cui oltre il 60-70% del valore della produzione nazionale di un singolo prodotto si realizza nel territorio di non più di cinque province. E ciò si riscontra sia per il latte bovino, le mele, le pere, l’uva da tavola che per produzioni di più stretto interesse regionale quali il limone, il pistacchio, l’arancia pigmentata, il fico d’india e, per l’appunto, il carrubo.


Il processo evolutivo non poteva non coinvolgere l’industria agroalimentare, la quale ha potenziato la sua presenza raggiungendo il 7,8% del complessivo settore industriale (con una incidenza del 2,4% sul P.I.L.) e rappresentando, in ordine di importanza, la terza attività industriale dopo i comparti della meccanica e del tessile.


L’agricoltura italiana oggi rappresenta una realtà complessa e diversificata. Nel quadro europeo (Europa dei 15) essa utilizza quasi l’11% della S.A.U. (ponendosi al 5° posto, dopo la Spagna, la Francia, la Germania e il Regno Unito) e consegue il 22% del valore aggiunto agricolo ponendosi al 1° posto, seguita da Francia, Spagna e Germania.


Nello scenario mondiale, l’Italia è un paese importatore netto con un disavanzo strutturale che viene interpretato come indicatore di specializzazione produttiva delle imprese di trasformazione, a loro volta caratterizzate dalla presenza di (molte) piccole e medie imprese che utilizzano materie prime locali e (poche) grandi imprese di trasformazione e distribuzione i cui bacini di approvvigionamento usano prodotti soprattutto di origine estera.


Se questo è il quadro attuale, non è difficile prevedere che l’agricoltura italiana, assieme a quella europea, dovrà affrontare nuove e forse più profonde modificazioni e trasformazioni i cui cardini saranno la qualità dei prodotti, le innovazioni, l’impiego oculato e attento delle biotecnologie e il conseguimento di obiettivi di sviluppo sostenibile.


Tutto ciò potrà avvenire o avverrà tanto più velocemente quanto più la politica agraria sarà considerata, non più a se stante, ma parte della politica economica generale e, quindi, finalizzata al perseguimento di obiettivi di carattere generale.


Conseguentemente, sarà necessario superare i cosiddetti “vincoli strutturali”, che sono il retaggio della politica agraria, europea, nazionale e, ancor più, regionale, che amiamo definire assistenziale e che, alla fine, ha favorito, nell’ambito europeo e nazionale, gli agricoltori più fortunati (se di fortuna si è trattato) a scapito di quelli meno favoriti, con costi eccessivamente elevati.


Sulla base delle considerazioni fin qui svolte e non prescindendo dalle aride, ma molto significative, indicazioni di politica economica, credo che il futuro dell’agricoltura nazionale, ma ancor più di quella regionale, debba, in qualche modo, riguardare e comprendere le attese della Società civile, economica e sociale.


Voglio dire che l’agricoltura deve creare le condizioni per dare riscontri reali e significativi alla domanda che i cittadini comuni, in quanto consumatori, contribuenti e lavoratori, esprimono in termini di:

Con altre parole, credo si possa affermare che la Società civile chiede all’agricoltura di avviare o completare i processi di ammodernamento e di trasformazione per l’ottenimento di produzioni, non solo quantitative, ma anche (e sempre più) ottenute con tecniche eticamente accettabili, di alimenti sani e di qualità. La Società chiede inoltre che l’agricoltura tuteli e valorizzi l’ambiente e il territorio, conservi e difenda le biodiversità, fornisca beni e servizi di carattere collettivo e, infine, provveda sempre più alla sua integrazione con l’industria agroalimentare e con la distribuzione alimentare.

Dare risposte congrue e significative a queste domande credo che, in buona sostanza, significhi ridefinire il ruolo dell’Agricoltura nello scenario dello sviluppo territoriale e della tutela ambientale.

Al perseguimento di queste finalità si deve riferire la nuova filosofia dell’intervento pubblico, che viene già proposta (ma non riesco a capire fino a che punto venga correttamente interpretata) con le normative in merito alla programmazione negoziata, ai patti territoriali e ai distretti agroindustriali. Su quest’ultimo aspetto, mi pare utile citare testualmente quanto previsto in una recente legge della Regione Piemonte, della quale consiglio la lettura ai nostri governanti regionali: i distretti di vini e delle strade
del vino sono costituiti dall’”insieme dei territori collinari e montani caratterizzati dalla coltivazione della vite e dalla presenza di consistenti attività indotte e connesse alla viticoltura, al turismo ed all’enogastronomia, nonché da un sistema di relazioni tra tali attività e i fenomeni culturali, le tradizioni, il paesaggio e le risorse "umane”.

Con parole “più tecniche” possiamo affermare che il problema si configuri come la necessità di integrazione fra agricoltura e agroindustria, da una parte, e come valorizzazione della plurifunzionalità dell’agricoltura, dall’altra parte.
L’agricoltura, cioè, oltre a produrre beni primari, deve avere la capacità di conservare e valorizzare le tradizioni, le tipicità e la cultura materiale oltre a fornire un ampio spettro di servizi ambientali. L’agricoltura deve inoltre imparare a vendere anche queste cose (che sono, in buona sostanza, gli elementi caratterizzanti della cosiddetta “civiltà contadina”, della quale tutti siamo figli), che vengono sempre più richieste dalla Società civile.

E allora, quale agricoltura dobbiamo prefigurarci? Qualche utile elemento di riflessione può scaturire dall’esame dei diversi gradi di integrazione che possano realizzarsi fra agroindustria e plurifunzionalità agricola.

Una debole integrazione con l’agroindustria e una altrettanto debole valorizzazione della plurifunzionalità credo che caratterizzino un’agricoltura a funzione prevalentemente produttiva, alla mercè dei mercati e non valida come fattore di sviluppo locale (quanti problemi della nostra agrumicoltura possono trovare la loro origine più profonda in questo postulato).

Una forte integrazione e una debole valorizzazione caratterizzano le agricolture a prevalente funzione produttiva, le quali, però,
grazie alla forte integrazione con l’agroindustria, sono capaci di costituire importanti fattori di sviluppo locale.

La debole integrazione e la forte valorizzazione sono tipiche di agricolture non sempre economicamente produttive, capaci,
però, di tutelare il territorio e il paesaggio e, quindi, in grado di offrire esternalità positive. Agricolture che possono svolgere funzioni decisive nello sviluppo territoriale, ma che sono in grado di costituirne fattore trainante.

Nel caso, infine, di una forte integrazione con l’agroindustria e di una altrettanto forte valorizzazione della plurifunzionalità, compaiono quei modelli di agricoltura, che sono in grado di svolgere un ruolo attivo e trainante sullo sviluppo locale, ma che sono anche tutti da inventare nella prospettiva della promozione dello sviluppo rurale così come configurato nella più recente normativa dell’Unione Europea.

Mi pare ovvio concludere che, in ogni caso, nelle sue prospettive più credibili di crescita e di ammodernamento, l’agricoltura dovrà riconciliarsi con l’ambiente e, nel più breve tempo possibile, attrezzarsi per divenire ecocompatibile e produttrice di esternalità positive di natura ambientale.

A questo punto, ritengo scontate due brevi considerazioni conclusive.

La prima riguarda l’antica frattura fra la politica agraria comunitaria e la politica ambientale,frattura che è destinata a sanarsi e a chiudersi.

Conseguentemente, l’agricoltura, tutte le agricolture, dovranno convertirsi, questo sarà l’unico motivo che potrà giustificare, nel prossimo futuro, qualsiasi sostegno, il quale sarà giustificato solo perché costituirà la remunerazione per i nuovi ruoli che la Società civile intende affidare agli agricoltori e per i quali è disposta a pagare.

Non ci aspettano tempi e problemi facili.
Dovremo fra l’altro:

  1. ridurre i costi unitari medi con conseguenti riduzioni delle quantità offerte;

  2. cercare di intercettare e soddisfare la domanda di beni sani e genuini;

  3. puntare conseguentemente sulla certificazione di qualità dei processi e dei prodotti;

  4. rispettare i disciplinari di produzione e i piani di marketing.

In poche parole, la ricerca dei margini di profitto sarà molto più impegnativa.

Quante volte e da quanto tempo abbiamo denunciato che era troppo facile fortemente penalizzante per alcuni (come per noi) seguire l’indirizzo della massima produzione sostenuta dal massimo premio?

Da ora in poi non sarà più così; non esisteranno più le soluzioni facili!

A tutti gli operatori del settore agricolo allargato saranno richieste nuove e maggiori capacità tecniche ed organizzative. Sarà, quindi, necessario elevare sensibilmente il livello delle competenze tecniche ed economiche nelle campagne.

Mi risulta che l’Università e l’Istruzione, in generale, si stanno attrezzando e stanno ammodernando i loro programmi didattici.

A ciascuno il suo! Diamoci da fare e non perdiamo tempo!

La seconda considerazione riguarda più direttamente il tema oggetto di questo Convegno.

Nel contesto evolutivo che ho cercato di delineare, quale può essere il ruolo del carrubo e della carrubicoltura?

Credo che esistano le condizioni, almeno quelle potenziali, perché questo comparto produttivo possa aspirare a svolgere un ruolo decisivo e, in alcune non ristrette situazioni territoriali (come queste del Ragusano), anche decisivo.
Esso, infatti, possiede due importanti requisiti:

 

Sulla base di quanto ho prima affermato, la carrubicoltura può svolgere un ruolo trainante sullo sviluppo locale e può rappresentare un modello di agricoltura da inventare.

Non mi resta che replicare l’esortazione già espressa: diamoci da fare! Le prospettive non mancano!

Nota. Nell’elaborare la presente relazione ho ampiamente attinto alle opinioni espresse da A. Bacarella, M. Prestamburgo, P. De Castro e B. Giau in occasione del Convegno “Quale agricoltura per la Sicilia?” tenutosi a Palermo il 28 aprile 2000.