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Intervento introduttivo
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Anche come premessa alla relazione che sarà illustrata dalla Prof. Gentile, ma principalmente nel tentativo di inquadrare i temi e i problemi che si pongono a monte dell’argomento oggetto di questo Convegno, mi permetterò di richiamare alla vostra attenzione alcune connotazioni che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’agricoltura del nostro Paese e della nostra regione nell’ultimo cinquantennio.
Di fronte agli attuali processi di globalizzazione, mondializzazione e
integrazione regionale delle economie, l’agricoltura italiana,
avendo profondamente modificato i propri assetti organizzativi e produttivi e
pur avendo mantenuto e forse incentivato forti articolazioni regionali, si
caratterizza mediante due parametri fondamentali: incidenza sul prodotto interno
lordo del 2,6% (contro il 20% degli anni 50) e impegno della forza lavoro del 6%
(contro il 43% degli anni 50).
Una profonda modificazione del suo ruolo e della sua importanza che ha, fra
l’altro, determinato processi di specializzazione in molti settori produttivi.
Sono molto frequenti i casi in cui oltre il 60-70% del valore della produzione
nazionale di un singolo prodotto si realizza nel territorio di non più di cinque
province. E ciò si riscontra sia per il latte bovino, le mele, le pere, l’uva da
tavola che per produzioni di più stretto interesse regionale quali il limone, il
pistacchio, l’arancia pigmentata, il fico d’india e, per l’appunto, il carrubo.
Il processo evolutivo non poteva non coinvolgere l’industria agroalimentare, la
quale ha potenziato la sua presenza raggiungendo il 7,8% del complessivo settore
industriale (con una incidenza del 2,4% sul P.I.L.) e rappresentando, in ordine
di importanza, la terza attività industriale dopo i comparti della meccanica e
del tessile.
L’agricoltura italiana oggi rappresenta una realtà complessa e diversificata.
Nel quadro europeo (Europa dei 15) essa utilizza quasi l’11% della S.A.U.
(ponendosi al 5° posto, dopo la Spagna, la Francia, la Germania e il Regno
Unito) e consegue il 22% del valore aggiunto agricolo ponendosi al 1° posto,
seguita da Francia, Spagna e Germania.
Nello scenario mondiale, l’Italia è un paese importatore netto con un disavanzo
strutturale che viene interpretato come indicatore di specializzazione
produttiva delle imprese di trasformazione, a loro volta caratterizzate dalla
presenza di (molte) piccole e medie imprese che utilizzano materie prime locali
e (poche) grandi imprese di trasformazione e distribuzione i cui bacini di
approvvigionamento usano prodotti soprattutto di origine estera.
Se questo è il quadro attuale, non è difficile prevedere che l’agricoltura
italiana, assieme a quella europea, dovrà affrontare nuove e forse più profonde
modificazioni e trasformazioni i cui cardini saranno la qualità dei prodotti, le
innovazioni, l’impiego oculato e attento delle biotecnologie e il conseguimento
di obiettivi di sviluppo sostenibile.
Tutto ciò potrà avvenire o avverrà tanto più velocemente quanto più la politica
agraria sarà considerata, non più a se stante, ma parte della politica economica
generale e, quindi, finalizzata al perseguimento di obiettivi di carattere
generale.
Conseguentemente, sarà necessario superare i cosiddetti “vincoli strutturali”,
che sono il retaggio della politica agraria, europea, nazionale e, ancor più,
regionale, che amiamo definire assistenziale e che, alla fine, ha favorito,
nell’ambito europeo e nazionale, gli agricoltori più fortunati (se di fortuna si
è trattato) a scapito di quelli meno favoriti, con costi eccessivamente elevati.
Sulla base delle considerazioni fin qui svolte e non prescindendo dalle aride,
ma molto significative, indicazioni di politica economica, credo che il futuro
dell’agricoltura nazionale, ma ancor più di quella regionale, debba, in qualche
modo, riguardare e comprendere le attese della Società civile, economica e
sociale.
Voglio dire che l’agricoltura deve creare le condizioni per dare riscontri reali
e significativi alla domanda che i cittadini comuni, in quanto consumatori,
contribuenti e lavoratori, esprimono in termini di:
attuazione di una politica economica per l’agroalimentare che sostenga le produzioni di alimenti di qualità e salutistici;
impegno per la difesa, la tutela e la valorizzazione del territorio e dell’ambiente;
realizzazione di un sistema agroalimentare in grado di produrre redditi e ricchezza economica, mantenendo o facendo crescere l’occupazione dei lavoratori manuali e intellettuali.
Con altre parole, credo si possa affermare che la Società civile chiede
all’agricoltura di avviare o completare i processi di ammodernamento e di
trasformazione per l’ottenimento di produzioni, non solo quantitative, ma anche
(e sempre più) ottenute con tecniche eticamente accettabili, di alimenti sani e
di qualità. La Società chiede inoltre che l’agricoltura tuteli e valorizzi
l’ambiente e il territorio, conservi e difenda le biodiversità, fornisca beni e
servizi di carattere collettivo e, infine, provveda sempre più alla sua
integrazione con l’industria agroalimentare e con la distribuzione alimentare.
Dare risposte congrue e significative a queste domande credo che, in buona
sostanza, significhi ridefinire il ruolo dell’Agricoltura nello scenario dello
sviluppo territoriale e della tutela ambientale.
Al perseguimento di queste finalità si deve riferire la nuova filosofia
dell’intervento pubblico, che viene già proposta (ma non riesco a capire fino a
che punto venga correttamente interpretata) con le normative in merito alla
programmazione negoziata, ai patti territoriali e ai distretti agroindustriali.
Su quest’ultimo aspetto, mi pare utile citare testualmente quanto previsto in
una recente legge della Regione Piemonte, della quale consiglio la lettura ai
nostri governanti regionali: i distretti di vini e delle strade
del vino sono costituiti dall’”insieme dei territori collinari e montani
caratterizzati dalla coltivazione della vite e dalla presenza di consistenti
attività indotte e connesse alla viticoltura, al turismo ed all’enogastronomia,
nonché da un sistema di relazioni tra tali attività e i fenomeni culturali, le
tradizioni, il paesaggio e le risorse "umane”.
Con parole “più tecniche” possiamo affermare che il problema si configuri come
la necessità di integrazione fra agricoltura e agroindustria, da una parte, e
come valorizzazione della plurifunzionalità dell’agricoltura, dall’altra parte.
L’agricoltura, cioè, oltre a produrre beni primari, deve avere la capacità di
conservare e valorizzare le tradizioni, le tipicità e la cultura materiale oltre
a fornire un ampio spettro di servizi ambientali. L’agricoltura deve inoltre
imparare a vendere anche queste cose (che sono, in buona sostanza, gli elementi
caratterizzanti della cosiddetta “civiltà contadina”, della quale tutti siamo
figli), che vengono sempre più richieste dalla Società civile.
E allora, quale agricoltura dobbiamo prefigurarci? Qualche utile elemento di
riflessione può scaturire dall’esame dei diversi gradi di integrazione che
possano realizzarsi fra agroindustria e plurifunzionalità agricola.
Una debole integrazione con l’agroindustria e una altrettanto debole
valorizzazione della plurifunzionalità credo che caratterizzino un’agricoltura a
funzione prevalentemente produttiva, alla mercè dei mercati e non valida come
fattore di sviluppo locale (quanti problemi della nostra agrumicoltura possono
trovare la loro origine più profonda in questo postulato).
Una forte integrazione e una debole valorizzazione caratterizzano le agricolture
a prevalente funzione produttiva, le quali, però,
grazie alla forte integrazione con l’agroindustria, sono capaci di costituire
importanti fattori di sviluppo locale.
La debole integrazione e la forte valorizzazione sono tipiche di agricolture non
sempre economicamente produttive, capaci,
però, di tutelare il territorio e il paesaggio e, quindi, in grado di offrire
esternalità positive. Agricolture che possono svolgere funzioni decisive nello
sviluppo territoriale, ma che sono in grado di costituirne fattore trainante.
Nel caso, infine, di una forte integrazione con l’agroindustria e di una
altrettanto forte valorizzazione della plurifunzionalità, compaiono quei modelli
di agricoltura, che sono in grado di svolgere un ruolo attivo e trainante sullo
sviluppo locale, ma che sono anche tutti da inventare nella prospettiva della
promozione dello sviluppo rurale così come configurato nella più recente
normativa dell’Unione Europea.
Mi pare ovvio concludere che, in ogni caso, nelle sue prospettive più credibili
di crescita e di ammodernamento, l’agricoltura dovrà riconciliarsi con
l’ambiente e, nel più breve tempo possibile, attrezzarsi per divenire
ecocompatibile e produttrice di esternalità positive di natura ambientale.
A questo punto, ritengo scontate due brevi considerazioni conclusive.
La prima riguarda l’antica frattura fra la politica agraria comunitaria e la
politica ambientale,frattura che è destinata a sanarsi e a chiudersi.
Conseguentemente, l’agricoltura, tutte le agricolture, dovranno convertirsi,
questo sarà l’unico motivo che potrà giustificare, nel prossimo futuro,
qualsiasi sostegno, il quale sarà giustificato solo perché costituirà la
remunerazione per i nuovi ruoli che la Società civile intende affidare agli
agricoltori e per i quali è disposta a pagare.
Non ci aspettano tempi e problemi facili.
Dovremo fra l’altro:
ridurre i costi unitari medi con conseguenti riduzioni delle quantità offerte;
cercare di intercettare e soddisfare la domanda di beni sani e genuini;
puntare conseguentemente sulla certificazione di qualità dei processi e dei prodotti;
rispettare i disciplinari di produzione e i piani di marketing.
In poche parole, la ricerca dei margini di profitto sarà molto più impegnativa.
Quante volte e da quanto tempo abbiamo denunciato che era troppo facile
fortemente penalizzante per alcuni (come per noi) seguire l’indirizzo della
massima produzione sostenuta dal massimo premio?
Da ora in poi non sarà più così; non esisteranno più le soluzioni facili!
A tutti gli operatori del settore agricolo allargato saranno richieste nuove e
maggiori capacità tecniche ed organizzative. Sarà, quindi, necessario elevare
sensibilmente il livello delle competenze tecniche ed economiche nelle campagne.
Mi risulta che l’Università e l’Istruzione, in generale, si stanno attrezzando e
stanno ammodernando i loro programmi didattici.
A ciascuno il suo! Diamoci da fare e non perdiamo tempo!
La seconda considerazione riguarda più direttamente il tema oggetto di questo
Convegno.
Nel contesto evolutivo che ho cercato di delineare, quale può essere il ruolo
del carrubo e della carrubicoltura?
Credo che esistano le condizioni, almeno quelle potenziali, perché questo
comparto produttivo possa aspirare a svolgere un ruolo decisivo e, in alcune non
ristrette situazioni territoriali (come queste del Ragusano), anche decisivo.
Esso, infatti, possiede due importanti requisiti:
è fortemente collegato e può essere integrato con quello della trasformazione industriale;
esprime in modo molto significativo la multifunzionalità agricola.
Sulla base di quanto ho prima affermato, la carrubicoltura può svolgere un ruolo
trainante sullo sviluppo locale e può rappresentare un modello di agricoltura da
inventare.
Non mi resta che replicare l’esortazione già espressa: diamoci da fare! Le
prospettive non mancano!
Nota. Nell’elaborare la presente relazione ho ampiamente attinto alle opinioni
espresse da A. Bacarella, M. Prestamburgo, P. De Castro e B. Giau in occasione
del Convegno “Quale agricoltura per la Sicilia?” tenutosi a Palermo il 28 aprile
2000.