Analisi e prospettive del mercato delle carrube e dei derivati

Biagio Pecorino
DISEAE – Università degli Studi di Catania


1. Premessa

La coltivazione del carrubo e la produzione, trasformazione e commercializzazione dei baccelli e dei derivati caratterizzano il paesaggio e l’economia dell’area dell’Altipiano Ibleo, interessando l’attività agricola e zootecnica, quella commerciale e quella della trasformazione eseguita sia a livello artigianale sia industriale.

Nei primi decenni del novecento le carrube venivano in massima parte utilizzate per l’alimentazione dei bovini e degli equini ed i mercati più importanti a livello nazionale e internazionale erano rispettivamente quelli di Napoli, Londra, e Marsiglia. Dopo gli anni trenta, a causa della graduale sostituzione degli animali con i mezzi meccanici per lo svolgimento di diverse operazioni colturali in agricoltura, il prodotto destinato all’alimentazione del bestiame subisce una significativa riduzione della domanda ed il collocamento delle carrube sul mercato divenne vieppiù difficile. Tutto ciò provocò da un lato il crollo dei prezzi e dall’altro una notevole riduzione delle superfici coltivate e la coltura rischiò l’estinzione (Maltese-Pesce, 1996).

In seguito, la scoperta di nuove forme di utilizzazione delle carrube (distillazione del prodotto per la produzione di alcool etilico e, in un secondo tempo, estrazione dalle carrube di sostanze pectiche e farine neutre e la utilizzazione come addensanti nell’industria alimentare) determina, la crescita della domanda ed una ripresa del mercato.

Negli ultimi decenni del novecento si registrano alterne vicende condizionate, da un lato, dall’elevazione delle imposte sull’alcool etilico e dall’avvento nell’industria chimica di procedimenti di sintesi per l’ottenimento di prodotti in sostituzione di quelli tradizionalmente ricavati dalle carrube e, dall’altro, da nuove e distinte possibilità di impiego dei frutti e dei semi, favorendo la nascita di alcune imprese di prima e seconda trasformazione ed una ripresa del mercato delle relative produzioni.

Nella presente relazione si punta ad accertare il livello delle produzioni, le principali utilizzazioni e le caratteristiche salienti del mercato delle carrube e dei principali derivati, attraverso l’analisi delle correnti di traffico e dei prezzi.

2. Tendenze evolutive e situazione attuale della produzione delle carrube

La produzione delle carrube a livello mondiale ha registrato una significativa flessione nell’ultimo ventennio, passando da poco meno di 360 mila tonnellate a quasi 250 mila tonnellate. Come mostra la tab. 1, nell’arco di tempo considerato significativi decrementi si sono verificati nel corso degli anni ottanta mentre i livelli produttivi risultano mediamente stabili nell’ultimo decennio in esame1 .

Le produzioni mondiali si concentrano in pochi Paesi (Spagna, Italia, Marocco, Portogallo e Grecia), che detengono quasi l’89% della produzione mondiale; tutto ciò conferma che la carrubicoltura si estende in massima parte nel Bacino del Mediterraneo, nel quale rappresenta una coltivazione caratteristica, ancorché localizzata in specifiche regioni e soprattutto in alcune aree ben delimitate.

1 Allo scopo di esaminare l’evoluzione delle produzioni di carrube e delle relative attività di scambio sul mercato internazionale per principali paesi sono stati utilizzati i dati statistici della FAO, pur rilevando che trattasi di statistiche più o meno carenti e per taluni aspetti di incerta affidabilità e che la loro utilizzazione impone talune cautele con ricorso a valori medi quadriennali, per destagionalizzare le produzioni, che com’è risaputo sono legate all’alternatività delle produzioni ed all’andamento climatico. La FAO non pubblica nei volumi Production yearbook e Trade yearbook i dati relativi alla produzione e agli scambi delle carrube ma realizza una puntuale rilevazione ed elaborazione, quindi, i dati elaborati sono stati forniti direttamente dalla fonte dietro puntuale richiesta.

TAB. 1 - EVOLUZIONE DELLA PRODUZIONE DI CARRUBE NEL MONDO PER PRINCIPALI PAESI (*)

 

1980

-83

1984

-87

1988

-91

1992

-95

1996

-99

20

00

Paesi t %  t % t % t % t % t %
Spagna 193.700 53,8 158.825  52,4 146.715 53,6 123.050  49,5 116.928 47,7 120.000 48,4
Italia 58.338 16,2 50.030 16,5 37.005 13,5 38.200 15,4 42.375 17,3 42.500 17,1
Marocco 26.500 7,4 24.725 8,2 21.675 7,9 21.975 8,8 22.000 9,0 20.000 8,1
Portogallo 22.500 6,3 20.000 6,6 20.000 7,3 20.000 8,0 20.000 8,2 20.000 8,1
Grecia 24.390 6,8 19.512 6,4 19.498 7,1 19.000 7,6 16.000 6,5 16.000 6,4
Turchia 14.375 4,0 13.431 4,4 13.875 5,1 15.000 6,0 13.950 5,7 13.500 5,4
Cipro 16.533 4,6 12.500 4,1 9.782 3,6 6.925 2,8 5.813 2,4 4.500 1,8
Tunisia 387 0,1 688 0,2 890 0,3 1.075 0,4 1.000 0,4 1.000 0,4
Algeria -- -- -- -- -- -- -- -- 3.381 1,4 4.200 1,7
Altri 3.187 0,9 3.155 1,0 4.242 1,5 3.511 1,4 3.643 1,5 6.475 2,6
Totale 359.910 100,0 302.866 100,0 273.682 100,0 248.736 100,0 245.090 100,0 248.175 100,0
  100   84   76   69   68   69  

(*) Elaborazioni su dati FAO direttamente forniti dal relativo Servizio Statistico. Tali dati non figurano nell'annuario (Production yearbook ) in quanto le carrube sono considerate una produzione minore.

Dall’analisi delle produzioni registrate per dal Marocco, dal Portogallo, dalla Grecia, dalla singolo Paese emerge che nel ventennio esami-Turchia e da Cipro, che mostra in termini relatinato non vi sono variazioni di rilievo nella com-vi la riduzione più significativa. Dall’analisi della posizione della produzione mondiale, pur regi-fig.1, emerge, comunque, che due casi a parte
strando la Spagna le riduzioni più significative sono rappresentati dalla Tunisia e dall’Algeria, sia in termini assoluti che relative, passando da le cui produzioni, anziché diminuire, come nel-una incidenza media del 53,8% al 48,4% sul to-la generalità dei Paesi produttori, sono fortementale. Il secondo Paese produttore è l’Italia, seguita te aumentate negli ultimi anni esaminati.


FIG. 1 - EVOLUZIONE DELLE PRODUZIONI DI CARRUBE NEL MONDO



Le prime statistiche ufficiali sulla coltivazione del carrubo in Italia risalgono al 1929 (Catasto Agrario). In quell’anno il carrubo in Sicilia vantava una superficie di quasi 60 mila ettari con una incidenza di poco più del 45% sulle superfici nazionali (oltre 123 mila ettari); nell’anno 2000, invece, a distanza di un settantennio, le superfici carrubicole si sono fortemente contratte in ambito nazionale (quasi 37 mila ettari) e, pur in presenza di una diminuzione in termini assoluti, sono relativamente cresciute nell’Isola, spingendosi sino al 97% della superficie complessiva, come mostra la fig. 2.

Le produzioni italiane, localizzate in misura preponderante in Sicilia, denunciano, secondo l’ISTAT, un andamento leggermente differente rispetto ai dati FAO, con un decremento che, nel 1996-99, si aggira intorno al 37% rispetto alle produzioni registrate nel quadriennio 1980-83, passando nel periodo considerato da poco più di 58 mila tonnellate a quasi 37 mila tonnellate; nel 2000 la produzione italiana si è attestata intorno a quasi 39 mila tonnellate, con un leggero incremento rispetto al periodo 1996-99 (cfr. Tab. 2).

All’interno dell’Isola la carrubicoltura è stata interessata da una crescente concentrazione delle superfici nelle province di Siracusa e Ragusa, con aliquote che negli ultimi anni esaminati intercettavano circa il 99% del totale regionale.
Nelle altre province siciliane ed in particolare ad Agrigento, Trapani, Caltanissetta e Palermo, dove la coltura occupava, nel 1929, oltre 13 mila ettari, oggi invece è pressoché scomparsa, soppiantata da essenze più redditizie e, principalmente, da ortaggi e uve, queste ultime sia da vino che da tavola.

Anche nelle province di Ragusa e Siracusa si sono registrati analoghi fenomeni di concentrazione a séguito delle trasformazioni serricole e agrumicole di gran parte della fascia costiera, sicché le aree attualmente maggiormente interessate dalla coltivazione carrubicola sono quelle interne, spesso acclivi e a roccia affiorante, a prevalente indirizzo cerealicolo - arboricolo, cerealicolo - zootecnico o cerealicolo - orticolo -zootecnico.
Nella fig. 3 risulta possibile apprezzare l’evoluzione dei livelli produttivi registrati in Italia ed in particolare nelle province siciliane dove si concentra oltre il 90% della produzione nazionale (Ragusa e Siracusa). Il calo produttivo registrato nell’ultimo ventennio è da attribuire alle riduzioni degli impieghi di lavoro utilizzati nella coltivazione, correlati anche all’aumento dei salari agricoli, ed in qualche caso, alla disattivazione della coltivazione. Di fronte ad una tale situazione, che minacciava le sorti della carrubicoltura, (come pure della pistacchicoltura, nocciolicoltura e mandorlicoltura), la Regione Siciliana, ha emanato la legge n. 23 del 7 agosto 19903 che, elargiva un sostegno in conto capitale di 15.000 lire per pianta e la cui concessione era riservata a quei produttori che detenevano impianti carrubicoli di età superiore a 20 anni, tutto ciò, allo scopo del mantenimento della coltivazione che oltre alla funzione produttiva assume un ruolo importante nella caratterizzazione del paesaggio degli Iblei.

Il sostegno economico previsto nel provvedimento legislativo ha raggiunto il suo scopo, essendosi registrata nell’Isola una inversione di tendenza, con la ripresa delle produzioni nel 1992-1995. Questo tipo di intervento, se in un primo momento sembrava aver avuto un effetto del tutto insperato, in seguito si rivelò insufficiente per rigenerare la carrubicoltura siciliana, pur avendo contribuito unitamente alle dinamiche del mercato, successivamente considerate, a stabilizzare le produzioni di carrube3.


La legge Regionale n. 23 del 7 agosto 1990, pubblicata sulla G.U.R.S. n. 38 dell’11 agosto 1990, ha istituito dei sostegni per assicurare la conservazione degli impianti di mandorlo, nocciolo, pistacchio e carrubo ma attualmente risulta inapplicata per mancanza, dal 1993, di copertura finanziaria e per incompatibilità con la normativa sugli aiuti di Stato alle imprese, pur avendo assunto un ruolo significativo nella salvaguardia della coltura del carrubo il Reg. CEE 2078/92 ed il 2080/92, prima, ed il P.S.R. Sicilia 2000-06, dopo.

3 Anche in Spagna, Paese produttore nostro diretto concorrente, sono state definite iniziative a sostegno della coltivazione del carrubo e, pur in presenza di significativi espianti a beneficio soprattutto della coltura olivicola, il legislatore è intervenuto con aiuti unitari maggiori rispetto a quelli previsti in Sicilia.


TAB. 2 - EVOLUZIONE DELLA PRODUZIONE DI CARRUBE IN ITALIA ED IN SICILIA (*)

 

1980

-83

1984

-87

1988

-91

1992

-95

1996

-99

20

00

  000 t % 000 t % 000 t % 000 t % 000 t % 000 t %
Ragusa 40,8 70,0 36,4 72,8 23,2 62,7 29,5 69,9 25,4 69,0 24,5 63,6
Siracusa 10,5 18,0 8,9 17,8 9,6 25,9 9,1 21,6 7,7 20,9 10,5 27,3
Altre province 1,8 3,1 0,7 1,4 0,6 1,6 0,5 1,2 0,5 1,4 0,4 1,0
SICILIA 53,1 91,1 46,0 92,0 33,4 90,3 39,1 92,7 33,6 91,3 35,4 91,9
0 100 0 87 0 63 0 74 0 63 0 67 0
ALTRE REGIONI 5,2 8,9 4,0 8,0 4,0 10,8  3,1 7,3 3,2 8,7 3,1 8,1
0 100 0 77 0 77 0 60 0 62 0 60 0
ITALIA 58,3 100,0  50,0 100,0 37,0 100,0 42,2 100,0 36,8 100,0 38,5 100,0
0 100 0 86 0 63 0 72 0 63 0 66 0

(*) Elaborazioni su dati ISTAT, Camera di Commercio Industria, Artigianato e Agricoltura e Ispettorato Provinciale dell'Agricoltura di Ragusa e Siracusa.
 

FIG. 2 - EVOLUZIONE DELLE SUPERFICI CARRUBICOLE IN ITALIA


 

FIG. 3 - EVOLUZIONE DELLA PRODUZIONE DI CARRUBE IN ITALIA ED IN SICILIA



3. Cenni sulle principali utilizzazioni delle carrube e dei derivati

Le carrube in Italia fino alla metà dell’800 venivano utilizzate quasi esclusivamente per l’alimentazione degli animali da tiro soprattutto equini, ma anche bovini, impiegati nelle campagne per la lavorazione del terreno e per trasporti interni nell’azienda. La produzione di alcool estratto dalle carrube iniziò nel lontano 1855, quando la società Florio, avendo istallato a Catania un grande impianto per la estrazione dell’alcool puro dalla polpa delle carrube, arrivò a produrre circa 13.000 ettolitri di alcool all’anno. L’azienda, purtroppo, dovette cessare la produzione due anni dopo, in seguito alla concorrenza dell’alcool di bietola importato dalla Germania, alle imposizioni fiscali sempre più gravose ed alla maggiore convenienza a distillare alcool dal vino la cui produzione italiana era in aumento, pur registrandosi nel 1934 l’entrata in funzione di uno stabilimento a Pozzallo (SR) con una notevole potenzialità di lavorazione (circa 60 tonnellate di carrube al giorno) (AA.VV., 1992).

Successivamente, l’estrazione dell’alcool dalle carrube in Italia fece registrare, fasi alterne, essendo stata più volte abbandonata e ripresa in funzione delle differenze di livello del prezzo esistenti fra carrube e altri prodotti da distilleria.
La produzione e la commercializzazione delle carrube registrò una profonda crisi verso la fine degli anni trenta, quando, iniziando a diffondersi i motori meccanici, l’impiego di forze motrici animali ivi inclusi gli equini venne sostituito gradualmente dai mezzi meccanici sia nelle campagne che nei trasporti in genere. Molti carrubicoltori cominciarono così ad estirpare gli impianti ma il legislatore, riconoscendo la valenza anche paesaggistica e culturale del carrubo, emanò disposizioni con le quali vietava tali estirpazioni, alleggerendo altresì le imposizioni fiscali per l’estrazione dell’alcool delle carrube.

Parallelamente, in seguito si ebbe la possibilità di giovarsi di nuove tecniche finalizzate all’estrazione dal seme di sostanze pectiche mucillaginose e farine neutre, idonee per usi industriali; prodotti questi ultimi che alimentavano anche una discreta corrente commerciale con l’estero anche se la destinazione prevalente era legata all’utilizzazione della polpa destinata alla distillazione4.

 

4 Risulta opportuno evidenziare che l’imposta di fabbricazione ed il diritto erariale, nel 1956, da soli rappresentavano più dell’80% del costo di produzione dell’alcool proveniente dalle carrube; tali livelli di imposizione erano giustificati dalle pressioni esercitate dai produttori di vino che subivano anch’essi una crisi significativa. In generale la distillazione dei due prodotti mediterranei veniva scoraggiata a vantaggio di altre colture, come ad esempio la fermentazione degli zuccheri delle fettucce di barbabietola, oltre che dalla diffusa presenza di sofisticazioni del vino con prodotti non provenienti dall’uva (AA.VV.,1995).

E’, comunque, da evidenziare che la crisi della carrubicoltura si attenuò in seguito alla crescente valorizzazione industriale di sostanze addensanti ottenute dai semi, usate prevalentemente in pasticceria ed ottenute dai semi delle carrube, ed alla utilizzazione della polpa da parte dei mangimifici.

Questi ultimi utilizzano polpa frantumata grossolanamente con diametro superiore a 0,5 cm, farina di carrube e polpe esauste provenienti da distillazione per l’integrazione alimentare di bovini, suini, equini, pollame, ecc., grazie al contenuto in fibra grezza e proteine e, soprattutto, all’elevato contenuto in zuccheri (oltre il 20%) che stimola l’appetibilità degli animali.

Nelle carrube sono contenuti anche sostanze pectiche tannini, che conferiscono proprietà curative e astringenti e concorrono alla terapia antidiarroica.

Per quanto attiene alle principali utilizzazioni bisogna rilevare che attualmente risulta limitata l’utilizzazione del baccello intero come avveniva in passato ma quest’ultimo viene sottoposto ad un processo di decorticazione termomeccanico, cioè separando la buccia (30%), l’endosperma (45%) ed il germe (25%), quindi macinando l’endosperma per ottenere la farina di semi che risulta attualmente il prodotto di maggior pregio.

I principali Paesi che producono farina di semi di carrube sono: l’Italia, Spagna, Marocco, Portogallo e Grecia. La gomma o farina di semi di carruba in passato veniva utilizzata anche nel settore tessile, ma la scoperta di prodotti sintetici ed il suo alto costo ha confinato il suo impiego nel settore alimentare e, in piccole quantità, in quello farmaceutico e cosmetico.

I principali impieghi delle farine di semi interessano:

a) i gelati nei quali le farine di semi di carrube vengono utilizzati in dosi 0,1–0,3% del prodotto, conferendo loro una struttura uniforme e vellutata, evitando quindi la formazione di cristalli di ghiaccio;

b) le salse (ed alcuni prodotti emulsionanti, maionese, ecc.), nelle quali la farina di semi di carrube (sola o in combinazione con altri additivi) ha ottime proprietà stabilizzanti ed addensanti specialmente quando tali emulsioni sono sottoposte a trattamenti termici e meccanici come richiesto dalle moderne tecnologie di conservazione alimentare. La struttura conferita a questi prodotti dal derivato delle carrube risulta notevolmente più leggera e palatabile che non quella ottenuta con l’utilizzo di soli amidi e farine. Anche se non molto diffuse sul mercato italiano, alcuni tipi di zuppe e minestre pronte (concentrate in scatola oppure disidratate in busta) contengono la farina di semi di carruba che serve a dare al prodotto finito (diluito con acqua) un aspetto più gradevole e pieno;

c) i formaggi e prodotti derivati dal latte, dove l’utilizzo di addensanti, quali la farina di semi di carruba per la preparazione di alcuni tipi di formaggi freschi è pratica comune in alcuni Paesi europei (Germania, Inghilterra e negli Stati Uniti); in particolare, il formaggio fresco, con l’utilizzo di questi addensanti, assume caratteristiche di cremosità e spalmabilità notevolmente migliori. Inoltre, è possibile eseguire su questi prodotti dei trattamenti termici senza incorrere in sgradevoli coagulazioni o cambiamenti delle struttura del formaggio. In molti dessert a struttura gelatinizzata, come lo sono i budini, la farina di semi di carruba è considerata un additivo complementare indispensabile alla carragenina per produrre budini privi di sineresi;

d) i preparati a base di carne, nei quali la farina di semi di carruba per le sue spiccate proprietà leganti e stabilizzanti delle emulsioni (grasso/acqua) viene utilizzata (anche in combinazione con carragenine) in alcuni Paesi europei per la produzione di insaccati quali salsicce, wurstel, ecc.. L’aggiunta della farina di semi di carruba permette di ottenere una pasta più omogenea con maggiore stabilità e con una struttura più morbida. Inoltre, il suo effetto lubrificante facilita le operazioni di estrusione ed insaccamento dei migliori salumi;


e) i semilavorati di frutta, dove, assieme alla pectina, la gomma di carruba è utilizzata per la realizzazione di diversi semilavorati a base di frutta destinati all’industria lattiero/casearia (yogurt, ad es.) e all’industria della pasticceria. Il semilavorato così prodotto mantiene le caratteristiche di stabilità durante tutti i severi processi termo-meccanici a cui vengono sottoposti questi alimenti;

f) l’alimentazione animale (Pet food), per la quale e soprattutto per la maggior parte dei cibi pronti in scatola per cani e gatti, la farina di semi di carruba è ormai un elemento indispensabile assieme alla carragenina per conferire struttura e stabilità all’impasto complessivo di carne-proteine vegetali, grassi e acqua. Dalle interviste effettuate alle imprese di trasformazione è emerso che questo è lo sbocco di mercato che ha visto negli ultimi anni un incremento notevole nei consumi di gomma di carruba; incremento che ha compensato la perdita in altri settori quali il tessile ed alcune applicazioni alimentari.


Oltre ai derivati dei semi negli ultimi anni è prodotto dalla distillazione delle polpe di carrube il “karubello”, che una impresa di trasformazione di carrube del Ragusano sta diffondendo come bevanda alcolica che sta riscontrando un significativo successo nei consumatori anche grazie al supporto di specifiche campagne di comunicazione finanziate con gli strumenti dello sviluppo rurale.


4. Caratteristiche della domanda ed evoluzione dei prezzi

Il mercato delle carrube è caratterizzato da una vasta gamma di impieghi del prodotto che, com’è stato precedentemente descritto, è costituito dalle carrube (polpe), dai semi e dai rispettivi derivati.
Prima di esaminare le discriminanti che caratterizzano l’offerta e la domanda delle carrube e dei principali derivati, risulta necessaria una sintetica elencazione dei principali prodotti derivati dalle carrube, tra i quali, in particolare, si segnalano:

-la polpa sotto forma di frantumato, che viene assorbita dall’industria mangimistica e, in piccola parte, direttamente dagli allevatori locali;

-la carrubina, ottenuta dalle carrube macinate e polverizzate, che viene impiegata nell’industria mangimistica o direttamente dagli allevatori, per migliorare l’appetibilità dei mangimi e per le proprietà antidiarroiche. Il prodotto ricco di zuccheri trova impiego anche nella preparazione di mangimi da pellettare poiché gli zuccheri esercitano una funzione legante, tale da migliorarne la qualità;


-il carcao, un succedaneo del cacao, prodotto dalla IDEA S.p.A. di Noto, industria che lavora la polpa di carrube, quest’ultima ottenuta dai baccelli migliori e ricchi di zucchero, che vengono puliti mediante il lavaggio, frantumati e disidratati e sottoposti alla sterilizzazione microbiologica; la lavorazione consente di variare il colore in funzione delle caratteristiche del prodotto (4 tipi di colori), per ciascuno dei quali si hanno diverse possibilità d’impiego nell’industria alimentare5 ;

-la farina di semi6 , ricca di sostanze addensanti, principalmente utilizzata nell’industria alimentare per la sua capacità (a) di conferire ai prodotti (marmellate, gelati, creme, ecc.) una struttura uniforme e vellutata, (b) d’impedire la formazione di cristalli di ghiaccio e (c) di migliorare l’aspetto ed accrescere la cremosità e la spalmabilità.

 

5 É da notare che il carcao ha le proprietà di mescolarsi bene con altri ingredienti alimentari, poiché ha un basso contenuto di grassi, e non richiede l’aggiunta di sostanze chimiche (carbonati di sodio e potassio, ammoniaca, ecc.), come accade nel caso del cacao. Da rilevare inoltre che il carcao, grazie all’ottima organizzazione commerciale dell’industria produttrice (IDEA S.p.A.), viene collocato per quantitativi apprezzabili all’estero (Nuova Zelanda, Giappone, Inghilterra, Germania, Stati Uniti, ecc.).


6 Il seme di carruba costituisce circa l’8-10% del frutto, dal quale si ricavano anche la buccia, il germe e l’endosperma (gomma). Nella lavorazione industriale del seme per l’ottenimento della farina, quest’ultimo viene spogliato della buccia e del germe e quindi dell’endosperma.


Da informazioni assunte presso le industrie di lavorazione del seme risulta che la produzione siciliana ha delle caratteristiche qualitative superiori a quella ottenuta da altri Paesi, come ad esempio il Marocco, che produce carrube con una più alta resa in semi (20% ed oltre a fronte del 10% o poco meno per il nostro prodotto), ma la cui farina denuncia una viscosità inferiore a quella del prodotto ottenuto dal seme siciliano.


Un altro prodotto che viene commercializzato è ottenuto dalla lavorazione del seme, è il germe di carruba che viene chiamato con il nome di “germina”; il suddetto prodotto viene impiegato nell’industria mangimistica, che lo utilizza per arricchire i mangimi poveri di sostanze proteiche e migliorarne il sapore, e tutto ciò in rapporto all’elevato contenuto in proteine (circa il 25%) ed al buon sapore della germina.

Dalle rilevazioni effettuate presso le Camere di Commercio Industria Artigianato ed Agricoltura di Ragusa e Siracusa e presso le principali imprese che operano la commercializzazione e la trasformazione delle carrube è stato possibile risalire ai prezzi di mercato dei baccelli e dei principali derivati, pur in presenza di sensibili variazioni ascrivibili alle diverse qualità dell’offerta ed ai canali di destinazione.

I prezzi medi all’ingrosso delle carrube espressi in lire costanti 2000, come si evince dall’esame della tab. 3, nelle due principali province siciliane (Ragusa e Siracusa) nel corso dell’ultimo dodicennio (1989-2000) mostrano un trend caratterizzato da sensibili oscillazioni, pur in presenza di una sostanziale stabilità. Un discorso a parte, meritano, invece, le quotazioni registrate nel 1995, quando i prezzi hanno manifestato nelle due province incrementi - in moneta costante - pari al 217% ed al 253% rispetto al 1989 per poi registrare dal 1996 al 1999 una fase decrescente ed un incremento per il 2000.

E’ da notare che l’andamento dei prezzi all’ingrosso in questione, riferendosi alle carrube come tali e non anche ai trasformati (polpa di carrube, semi o loro derivati), costituisce l’espressione più immediata e diretta dei prezzi percepiti dai produttori agricoli, per il periodo preso in esame (1989-2000), viceversa, l’andamento analizzato mal si presta per raffronti con quello dei prezzi all’export o all’import, riferendosi questi ultimi ad una gamma di prodotti assai eterogenei, fra i quali, a fianco delle carrube e dei semi, figurano anche i rispettivi trasformati.

Sulla base di un’indagine condotta fra le principali imprese di trasformazione delle carrube nel Ragusano e nel Siracusano, anche il livello dei prezzi dei principali prodotti trasformati (polpa di carrube e derivati, semi di carrube e derivati), che era apparso in ribasso alla fine degli anni ottanta e inizio anni novanta, ha avuto una certa impennata nel 1994 e soprattutto nel 1995, in sintonia con quanto è stato osservato per i prezzi all’ingrosso (solo carrube) e per i prezzi all’export ed all’import (carrube, semi e derivati).


TAB. 3 - EVOLUZIONE DEI PREZZI MEDI ALL'INGROSSO DELLE CARRUBE IN SICILIA (*)

0

 Anni

1989 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000
Ragusa Prezzi correnti 333 305  290 302 315 415 1.024 504 394 326 342 461
0

Prezzi costanti (2000)

494 426 381 377 377 478 1.073 530 407 391 349 461
Siracusa Prezzi correnti 250 250 250 265  365 450 860 555 436 375 370 460
0 Prezzi costanti (2000) 371 350 329 331 437 518 940 584 451 381  377 460

(migliaia di lire per tonnellata)
 
(*) Elaborazione svolte sui prezzi medi annui delle Camere di Commercio, Industria Artigianato ed Agricoltura di Ragusa e Siracusa. I prezzi rilevati (in lire correnti) sono stati convertiti in lire costanti (2000) impiegando gli indici calcolati dall'ISTAT.

Un quadro di sintesi dei prezzi di mercato delle principali tipologie di derivati di carrube si evince dall’analisi della tab. 4, che mostra i prezzi di vendita dei principali derivati relativi al 2000.

Analogamente a quanto può affermarsi per altre produzioni agricole, pur potendo correlare la crescita dei prezzi registrata nel corso degli ultimi anni agli effetti di un certo orientamento degli utilizzatori a favore di additivi naturali dei prodotti alimentari o di quelli dell’industria mangimistica e quindi anche dei derivati delle carrube, dalle indagini effettuate le quotazioni dipendono soprattutto dalle vicende che caratterizzano la produzione. Inoltre, un ruolo determinante lo assumono le disponibilità e le relative elasticità incrociate di altri prodotti succedanei trasformati naturali (farina di guar, ad esempio) e di preparati artificiali o sintetici di cui si avvale l’industria alimentare e quella mangimistica e le normative nazionali e comunitarie, più o meno vincolanti, che regolano il relativo utilizzo.
Per quanto attiene ai prezzi medi all’esportazione delle carrube italiane (cfr. tab. 5), il cui importo è stato calcolato in moneta costante (lire 2000), si nota un andamento altalenante: dopo gli incrementi degli anni ottanta, tali prezzi, infatti, sono vistosamente calati nel quadriennio 1992-95, anche se nel 1994 e soprattutto nel 1995 c’è stata una ripresa delle quotazioni delle carrube, che può ricondursi, da un lato, al sensibile aumento dei consumi, legato a nuove forme di utilizzazione del prodotto, ma anche, dall’altro, ad una certa flessione dell’offerta.


TAB. 4 - PRINCIPALI TIPOLOGIE DI DERIVATI DELLE CARRUBE E RELATIVI PREZZI DI MERCATO (2000)

Prodotti

Impieghi prevalenti

Prezzi (lire/kg)

Polpe di carrube e derivati     

0

0

-Frantumato (polpa denocciolata)

usi zootecnici

 200-270

-Carrubina (farina di polpa)

usi zootecnici

550-600

-Carcao (farina di polpa)

usi alimentari

 1.300-1.500

Semi di carrube

0 0
-Semi di carrube grezze

 usi diversi

4.500-5.500
-Farina di semi

usi alimentari

12.500-13.500
-Farina di semi usi zootecnici 4.000-5.000
-Germina usi zootecnici 200-300

 

TAB. 5 - EVOLUZIONE DEI PREZZI MEDI ALL'ESPORTAZIONE E ALL'IMPORTAZIONE DELLE CARRUBE IN ITALIA (*)
 

Export 1980-83 1984-87 1988-91 1992-95 1996-99 2000
Prezzi correnti 580 1.976 2.008 1.333 2.314 1.085

Prezzi costanti (2000)

1.392 3.026 2.872 1.588 2.476 1.058
0 100 217  206 114 178   76
Import 0 0 0 0 0 0

Prezzi correnti

174 219 236 251 368 322

Prezzi costanti (2000)

418 358 338 586 392 322
0 100 86 81 140 94  77

(migliaia di lire per tonnellata)
(*) Elaborazioni su dati tratti da: ISTAT, Statistiche del commercio con l'estero, varie annate. I prezzi rilevati (in lire correnti) sono stati convertiti in lire costanti (2000) impiegando gli indici calcolati dall'ISTAT.

Relativamente ai prezzi medi all’importazione delle carrube in Italia, si registra una fase di stagnazione negli anni ottanta e fino a metà degli anni novanta anche a causa della forte pressione esercitata dalla concorrenza internazionale, sviluppatasi non soltanto per le carrube ed i derivati, ma anche per il guar (pisello pakistano), per i relativi derivati (farina di semi di guar) e per i sostituti (prodotti di sintesi); una certa ripresa dei prezzi in questione si registra nell’ultimo periodo esaminato (1996-99) anche se in misura minore di quanto accade per i prezzi all’export.

La differenza di prezzo all’esportazione tra un Paese e l’altro, quand’è notevole, deriva dal fatto che il prodotto contemplato ha subito ulteriori fasi di lavorazione. A titolo esemplificativo si osserva che i prezzi della Germania si riferiscono esclusivamente o quasi alla carrubina per gli anni 1980-83, 1992-95 e 1996-99; quelli relativi ad altri Paesi di destinazione o alla stessa Germania in annate diverse hanno invece per oggetto il frantumato di carrube e la carrubina in varie proporzioni fra loro.

Relativamente ai prezzi all’importazione, si osservano minori oscillazioni fra i diversi Paesi di provenienza e nelle differenti annate, poiché si tratta nella maggior parte dei casi di frantumato di carrube e quindi di prodotto grezzo.

Per i prezzi medi all’esportazione dei semi di carrube, il relativo andamento, come documenta la tab. 6, risulta caratterizzato da forti oscillazioni con una fase di forte incremento nel periodo 1980-1987, una di decremento nel 198891, una ripresa nel quadriennio 1992-95; un decremento nel 1996-99 e, infine, una ripresa nel 2000. Un tale andamento, come accennato, appare segnato dalla messa a punto di nuove forme di utilizzazione e conseguentemente dall’ampliamento dei consumi, in presenza di produzioni stazionarie o in declino.

Riguardo ai prezzi medi all’importazione (semi di carrube), il relativo livello, come mostra sempre la tab. 6, si mantiene nell’arco del ventennio su valori sensibilmente inferiori a quelli all’esportazione, poiché l’Italia importa principalmente semi interi, con un andamento in moneta costante (lire 2000) che è in aumento dal 1980 al 1987 per poi decrescere dal 1988 al 1993, mentre nel 1994 e nel 1995 si è avuta un’impennata dovuta alle minori produzioni, avutesi, com’è noto, in alcuni Paesi produttori e in Italia in particolare; tuttavia, i prezzi medi del quadriennio 1992-95 risultano in diminuzione per effetto del forte calo di prezzi avutosi nel 1992 e nel 1993 e diminuiscono ancora nell’ultimo quadriennio 1996-99 mentre, infine, nell’anno 2000 tendono ad aumentare.


TAB. 6 - EVOLUZIONE DEI PREZZI MEDI ALL'ESPORTAZIONE E ALL'IMPORTAZIONE DEI SEMI DI CARRUBE IN ITALIA (*)

Export 1980-83 1984-87 1988-91 1992-95 1996-99 2000
Prezzi correnti 1468 6.294 3.671 4.703 3.987 4.558

Prezzi costanti (2000)

3.095 10.299 4.890 5.458 4.236 4.558
0 100 333 158 176 137 147
Import 0 0 0 0 0 0

Prezzi correnti

1.119 2.914 2.601 2.443 1.833 2.539

Prezzi costanti (2000)

2.360 4.769 3.465 2.862 1.945 2.539

0

100

202

147

121

82

 108

(migliaia di lire per tonnellate)
(*) Elaborazioni su dati tratti da: ISTAT, Statistiche del commercio con l'estero, varie annate. I prezzi rilevati (in lire correnti) sono stati convertiti in lire costanti (2000) impiegando gli indici calcolati dall'ISTAT.


Riguardo all’evoluzione dei prezzi medi all’esportazione dei semi di carrube per principali Paesi, va osservato che per la Germania, la Svizzera, gli Stati Uniti e l’Austria si hanno incrementi dei prezzi dal 1980 al 1987, decrementi nel quadriennio successivo (1988-91) e un’impennata nel 1992-95, per poi diminuire fino al 2000. Tuttavia, bisogna notare che tali prezzi possono subire notevoli oscillazioni da un Paese all’altro, anche nello stesso anno, in rapporto al prodotto oggetto di esportazione (semi interi o loro derivati già preparati per l’impiego finale nell’industria alimentare o farmaceutica).
Quanto ai prezzi all’importazione dei semi di carrube per principali Paesi il trend dei prezzi mostra un andamento crescente dal 1980 al 1987, decrescente nel periodo successivo (1988-91), e crescente nei bienni successivi fino al 2000. Si precisa che i prezzi possono essere diversi nello stesso periodo da un Paese all’altro, a seconda delle differenti tipologie di prodotti importati (semi interi o loro derivati).


5. Dinamica degli scambi commerciali

Le statistiche FAO sul commercio internazionale delle carrube sono piuttosto carenti sia perché le relative consistenze denunciano una ridotta attendibilità (basti pensare ai divari fra quantitativi esportati ed importati a livello mondiale, con riferimento non soltanto a singole annate ma anche a dati medi quadriennali), sia perché le statistiche in questione non operano alcuna distinzione fra carrube, semi e le diverse tipologie di derivati anche in relazione ai differenti processi di lavorazione subiti in rapporto alle utilizzazioni finali.

Entro questi limiti, si può evidenziare, come l’andamento delle esportazioni negli ultimi venti anni segua quello delle produzioni, con una palese diminuzioni delle quantità esportate, che passano dalle 114,8 mila tonnellate del 1980-83 alle 72,8 mila del 1988-91; quantitativo che si contrae nell’ultimo quadriennio (1996-99) a 57,6 mila tonnellate e ancor più nel 2000.

E’ da osservare, tuttavia, come i dati sull’evoluzione degli scambi commerciali delle carrube nell’arco di un ventennio, a fronte della crescente eterogeneità dei prodotti interessati (con una prevalenza sempre più larga di prodotti trasformati), assumano un valore solo puramente orientativo, per cui quel calo di esportazioni potrebbe mascherare in realtà un aumento, ove fosse possibile, operare in termini di equivalenti di carrube fresche.

Come mostra la tab. 7, i maggiori Paesi esportatori sono la Spagna, il Portogallo, la Turchia ed il Marocco, che intercettano nell’ultimo quadriennio 1996-99, circa i 4/5 dell’export mondiale, con aliquote che toccano un valore massimo per la Spagna del 47,8%.

Questo Paese, oltre a mantenere la prima posizione, tende a rafforzarla in questi ultimi anni, passando dalle 22,3 mila tonnellate del 1988-91 alle 27.600 tonnellate del 1996-99 e alle 29.700 mila tonnellate nel 2000. Di contro, il Marocco, che fino al quadriennio 1988-91 esportava consistenti quantitativi di carrube, negli ultimi quadrienni ha preferito provvedere direttamente alla trasformazione, in corrispondenza di un aumento della domanda interna ed estera di prodotti trasformati.

Relativamente all’Italia, osserviamo come essa si collochi nel quadriennio 1996-99 al secondo posto sul piano delle produzioni e al sesto su quello delle esportazioni. Il divario si spiega col fatto che il suo consumo interno è elevato, ed appare in ulteriore espansione, in rapporto al crescente impiego di tali produzioni nell’industria alimentare ed in quella mangimistica.

Le esportazioni italiane sono, inoltre, a differenza di quelle degli altri Paesi, costituite prevalentemente da prodotti trasformati, quali farine di carrube, semi interi, farine di semi, ecc., com’è possibile documentare attraverso l’analisi comparativa dei prezzi medi all’esportazione, che mostra livelli di prezzo ben maggiori per il nostro Paese rispetto ai principali produttori-esportatori.

Sempre con riferimento alle esportazioni italiane, il trend nel quadriennio 1996-99 è decrescente rispetto all’inizio degli anni ‘80; ma la consistenza dei consumi nazionali è tale che il nostro Paese è oggi importatore netto sia di carrube, sia, in maggior misura, dei relativi semi, pur occupando una posizione di primo piano a livello mondiale fra i Paesi produttori di carrube.

Quanto alle esportazioni di carrube un altro elemento significativo è che queste vengono effettuate non soltanto dai Paesi produttori ma anche da Paesi non produttori, anche se in percentuale esigue, quali il Benelux ed il Regno Unito, che riesportano parte delle produzioni importate previa trasformazione in derivati di maggior pregio.

 

TAB. 7 - EVOLUZIONE DELLE ESPORTAZIONI DI CARRUBE NEL MONDO PER PRINCIPALI PAESI (*)
 

 

1980

-83

1984

-87

1988

-91

1992

-95

1996

-99

20

00

Paesi t %  t % t % t % t % t %
Spagna 41.856 36,5 46.236  45,4 22.251 30,6 25.598  43,3 27.553 47,8 29.718 55,2
Italia 1.777 1,5 1.582 1,6 1.539 2,1 1.732 2,9 1.565 2,7 1.497 2,8
Marocco 14.177 12,3 16.728 16,4 20.150 27,7 8.980 15,2 5.093  8,8 5.006 9,3 
Portogallo 17.908 15,6 8.229  8,1 8.379 11,5 5.021 8,5 6.574 11,4  7.761 14,4
Grecia 13.939 12,1 7.198 7,1 5.587 7,7 2.121 3,6 1.499 2,6 741 1,4
Turchia 6.967 6,1  8.708 8,6 11013 15,1 9695 16,4 6.206 10,8 3.345 6,2
Cipro 15.501 13,5 11.438 11,2 2.061 2,8 2.909 4,9 4.452  7,7 2.165  4,0
Altri 844 0,7 1.143 1,1 1.324 1,8 1.816 3,1 2.753 4,8 2.101 3,9
Paesi produttori 112.969 98,4 101.262 99,5 72.304 99,3 57.872 97,9 55.695 96,7 52.334 97,1
Regno Unito 118 0,1 139 0,1 246 0,3  200  0,3  299 0,5 369  0,7
Irlanda 1.640 1,4 319 0,3 40 0,1 6 0,0 7 0,0 12 0,0
Francia 17 0,0 8 0,0 21 0,0 62 0,1 95 0,2 50 0,1
Germania -- -- -- -- 12 0,0 59 0,1 94 0,2 68 0,1
Benelux 13 0,0 4   0,0 78 0,1 731  1,2 208 0,4 173  0,3
Svizzera -- -- -- -- 26 0,0 21 0,0 40 0,1 33 0,1
Altri 44  0,0 49 0,0 64 0,1 163 0,3 1.169 2,0 838 1,6
Paesi non produttori 1.832 1,6 519 0,5 487  0,7 1.242 2,1 1.912 3,3 1.543 2,9
Totale 114.801 100,0 101.781 100,0 72.791 100,0 59.114 100,0 57.607 100,0 53.877 100,0
0 100 0 89 0 63 0 51 0 50 0 47 0

(*) Elaborazioni su dati FAO direttamente forniti dal relativo Servizio Statistico. Tali dati non figurano nell'Annuario (Trade yearbook ) in quanto le carrube sono considerate come una produzione minore. I dati comprendono sia le carrube (fresche, secche, frantumate e polverizzate) sia i semi nel loro complesso.

Riguardo alle importazioni mondiali di carrube, risulta opportuno sottolineare che, pur con una certa oscillazione fra un anno e l’altro e fra un quadriennio e il successivo, quasi la metà dei quantitativi scambiati è indirizzato verso i Paesi produttori e, in particolare, verso l’Italia, che costituisce il maggiore Paese importatore mondiale di carrube, con aliquote che raramente scendono al di sotto di 1/3 delle importazioni in questione e che nell’ultimo quadriennio superano le 19 mila tonnellate mentre nell’ultimo anno considerato scendono a poco più di 17 mila tonnellate, come si evince dall’analisi della tabella 8.
In diminuzione nello stesso periodo (1996-99) sono le quantità importate dal Regno Unito con poco più di 11 mila tonnellate, pari al 15,7% del totale mondiale, dalla Spagna (circa 6 mila tonnellate con l’8%), dalla Francia (3.283 tonnellate con il 4,5%), e dall’Irlanda, che fa registrare quantitativi esigui (391 tonnellate).
Gli altri Paesi, pur in presenza di forti oscillazioni fra un’annata e l’altra, importano quantità più modeste o di trascurabile rilievo, anche se va segnalata in questi ultimi anni la comparsa fra i Paesi importatori della Grecia, con circa 1.100 tonnellate e l’1,5% delle importazioni mondiali nel 1996-99, trend che trova conferma nel 2000 con le importazioni che vengono quasi raddoppiate rispetto al quadriennio precedente.
Altra interessante notazione si riferisce, come anticipato, al divario fra quantità di carrube esportate ed importate su scala mondiale, operando anche su dati medi quadriennali, con scarti compresi fra il 10% ed il 20%, che solo in parte possono essere ricondotti alle diverse tipologie di prodotti (grezzi o trasformati) che concorrono a costituire rispettivamente l’export e l’import.


Per l’analisi delle correnti di traffico che interessano il nostro paese sono stati elaborati i dati forniti dall'ISTAT e successivamente nella fig. 4, dove si evidenzia per le carrube una diminuzione delle esportazioni del prodotto grezzo; il trend è decrescente rispetto all’inizio degli anni ottanta, con una punta minima nel periodo 1988-91, con una flusso in uscita pari a 153 tonnellate, per poi risalire lentamente nel quadriennio 1996-99 (320 tonnellate) ed anche nel 2000, attestandosi a circa 933 tonnellate.
Le importazioni italiane risultano, invece, molto più sostenute attestandosi intorno alle 30 mila tonnellate fino agli inizi degli anni novanta, per subire successivamente una significativa contrazione nei quadrienni successivi, portandosi sulle 18 mila tonnellate nell’ultimo quadriennio considerato (1996-99). Come si può osservare dall’esame della figura 5, i nostri maggiori fornitori rimangono la Spagna che alimenta correnti di traffico molto significative ed incide sultotale delle importazioni italiane per oltre il 78% e la Turchia con il 12,5%, mentre le importazioni dal Marocco che agli inizi degli anni novanta, intercettavano aliquote consistenti sul totale nazionale, si sono notevolmente ridotte.
Per quanto attiene alle correnti di traffico che interessano i semi di carrube, si osserva nella fig. 6, un trend positivo continuo delle esportazioni italiane nell’ultimo ventennio ascrivibile all’aumento della domanda esercitata prevalentemente dalla industria alimentare europea. Infatti, partendo dal primo quadriennio considerato (1980-83) si osserva un aumento progressivo fino al 1992-95, con quantitativi prossimi alle 1.500 tonnellate, per registrare nell’ultimo quadriennio esaminato una sostanziale conferma del dato mentre l’anno 2000 fa e registrare livelli di poco inferiori alle 2.000 tonnellate7 .

7 Le correnti di traffico dei derivati sono alimentate da alcune imprese che operano le prime trasformazioni in Sicilia. Dalle indagini effettuate è emerso che vi è un certo dinamismo imprenditoriale che mira a qualificare l’offerta siciliana ed a emulare le attività svolte da una fiorente industria di trasformazione delle carrube (polpa e semi) in espansione da alcuni anni; essa produce semilavorati per altre imprese alimentari e farmaceutiche, quali carrubina, carcao, farine di semi, germina e derivati vari.
 
TAB. 8 - EVOLUZIONE DELLE IMPORTAZIONI DI CARRUBE NEL MONDO PER PRINCIPALI PAESI (*)
 

 

1980

-83

1984

-87

1988

-91

1992

-95

1996

-99

20

00

Paesi t %  t % t % t % t % t %
Italia 31.322 31,8 33.284  36,2 35.160 44,1 22.205  34,4 19.355 31,1 17.257 31,8
 Spagna 436 0,4 2.041 2,2 3.411 4,3 7.149 11,1 5.878 9,5 4.842 8,9
Portogallo 1.483 1,5 883 1,0 1.636 2,1 362 0,6 764  1,2   456 0,8 
Marocco -- -- -- -- 11 0,0 1.679 2,6 728 1,2   312 0,6
Grecia 14 0,0 116 0,1 41 0,1 445 0,7  1.069 1,7 2.002 3,7
Cipro -- -- -- -- 157 0,2 54 0,1 158 0,3 90 0,2 
Turchia -- -- -- -- 67 0,1 42 0,1 134  0,2 126  0,2
Altri 4.225 4,3 2.640 2,9 3.611 4,5 988 1,5 533 0,9 364 0,7
Paesi produttori 37.480 38,1 38.964 42,3 44.094 55,3 32.924 51,0 28.619 46,0 25.449 46,9
Regno Unito 39.756 40,4 37.445 40,7 23.282 29,2 18.210 28,2 11.518 18,5 10.400  19,2
Irlanda 12.194 12,4 9.280 10,1 5.000 6,3 2.692  4,2 391 0,6 626 1,2
Francia 2.455 2,5 1.523 1,7 1.889 2,4 2.551 4,0 3.283  5,3 3.915 7,2
Svizzera 1.197 1,2 2.506 2,7 2.685 3,4 2.564  4,0 4.720 7,6 5.212 9,6
Germania -- -- --   -- 401 0,5 1.472  2,3 1.578 2,5 1.378  2,5
Benelux 89  0,1 151 0,2 533 0,7 2.076 3,2 1.400 2,3 1.284 2,4
Altri 5.327  5,4 2.177 2,4 1.861 2,3 2.090 3,2 10.669 17,2 6.038 11,1
Paesi non produttori 61.018 61,9 53.082 57,7 35.651 44,7 31.655 49,0 33.559 54,0 28.853 53,1
Totale 98.498 100,0 92.046 100,0 79.745 100,0 64.579 100,0 62.178 100,0 54.302 100,0
0 100 0 93 0 81 0 66 0 63 0

   55

0

(*) Elaborazioni su dati FAO direttamente forniti dal relativo Servizio Statistico. Tali dati non figurano nell'Annuario (Trade yearbook ) in quanto le carrube sono considerate come una produzione minore. I dati comprendono sia le carrube (fresche, secche, frantumate e polverizzate) sia i semi nel loro complesso.

FIG. 4 - EVOLUZIONE DELLE ESPORTAZIONI E DELLE IMPORTAZIONI DI CARRUBE IN ITALIA



FIG. 5 - IMPORTAZIONI ITALIANE DI CARRUBE PER PRINCIPALI PAESI (1996-99)

 

FIG. 6 - EVOLUZIONE DELLE ESPORTAZIONI E DELLE IMPORTAZIONI DI SEMI DI CARRUBE IN ITALIA


Per quanto riguarda le importazioni di semi di carrube, sempre riportate nella figura 6, si nota un trend in flessione fino al quadriennio 199295, che mostra valori prossimi alle 1.000 tonnellate, e una significativa ripresa negli anni successivi per registrare nell’ultimo periodo esaminato valori superiori a 3.000 tonnellate.

I principali Paesi di destinazione dei semi di carrube sono, come mostra la figura 7, in ordine d’importanza e con specifico riferimento al quadriennio 1996-99, la Svizzera, i Paesi Bassi e la Germania, che intercettano, rispettivamente, il 54,2%, il 12,2% e l’11,8% delle esportazioni nazionali in complesso, cioè quei Paesi dove esiste una fiorente industria alimentare che risulta sensibile agli addensanti naturali. In particolare, verso la Svizzera sono destinati significativi e consolidati flussi di semilavorati che vengono a loro volta rielaborati per fornire altre imprese alimentari.

I principali Paesi fornitori di semi di carrube nell’ultimo quadriennio considerato (1996-99) sono la Spagna ed il Marocco, che intercettavano rispettivamente il 54,4% ed il 39,9% delle importazioni nazionali, così come si evince analizzando la fig. 8.


FIG. 7 - ESPORTAZIONI DI SEMI DI CARRUBE DALL'ITALIA PER PRINCIPALI PAESI DI DESTINAZIONE (1996-99)


FIG. 8 - IMPORTAZIONI ITALIANE DI SEMI DI CARRUBE PER PRINCIPALI PAESI (1996-99)




6. Considerazioni conclusive

La coltivazione del carrubo è concentrata nei Paesi del Bacino del Mediterraneo dove vanta antiche tradizioni e, oltre a garantire una produzione con un ampio spettro di utilizzazioni, svolge un importante ruolo paesaggistico caratterizzando fortemente l’ambiente rurale. Le aree maggiormente interessate alla coltivazione sono la Penisola Iberica, la Sicilia Orientale ed alcuni Paesi del Nord Africa.

Nei Paesi dell’Unione Europea il carrubo, come le altre colture che costituiscono il comparto della frutta secca (mandorlo, pistacchio, nocciolo, ecc.), ha registrato negli ultimi decenni significative involuzioni nelle superfici investite e nelle produzioni realizzate, in quanto le coltivazioni tendono a concentrarsi nelle aree di collina mentre le aree pianeggianti e costiere risultano destinate a colture che consentono di trarre maggiori redditi (ortaggi, seminativi irrigui, agrumi, ecc.).

In Italia la coltivazione del carrubo è localizzata prevalentemente nelle aree interne della Sicilia Sud-orientale ed, in particolare, nell’Altopiano Ibleo, dove risultano attive anche diverse imprese che operano la commercializzazione delle carrube e la prima e seconda trasformazione in derivati direttamente utilizzati per l’alimentazione umana e zootecnica o più comunemente semilavorati che successivamente vengono impiegati dall’industria agroalimentare, farmaceutica, chimica, tessile, sia italiana che estera.

Negli ultimi anni si assiste ad una rivalutazione di alcuni derivati delle carrube e soprattutto di quelli impiegati o come addensanti naturali destinati all’industria alimentare oppure come materiale di base per l’estrazione di principi naturali destinati all’industria farmaceutica.

A fronte della diminuzione dei livelli produttivi si registra, comunque, una significativa attività negli scambi, che interessano però sempre in misura prevalente prodotti già trasformati per gli impieghi industriali. In particolare, l’Italia ha assunto il ruolo di importatore di carrube grezze o di semi interi ed, invece, risulta Paese esportatore di semilavorati e, soprattutto, di derivati della lavorazione dei semi verso altri Paesi della Unione Europea.
In questa fase di rilancio del mercato e, soprattutto, di allargamento delle utilizzazioni rispetto a quelle tradizionali legate all’alimentazione del bestiame e alla produzione di alcool, risulta opportuno promuovere ai diversi livelli (comunitario, nazionale e regionale) misure che sostengano la coltivazione, che versa attualmente in uno stato di disagio, sia di carattere ordinario – Tariffe doganali comuni (TEC), norme di qualità, clausole di salvaguardia – sia di carattere innovativo, facendo leva sulle refluenze ambientali e paesaggistiche che la coltura assolve. In questa direzione si sono mosse sia la Sicilia che alcune regioni spagnole che hanno già inserito la coltivazione di carrubo tra quelle che possono beneficiare delle misure agro-ambientali, previste nei Piani di Sviluppo Rurali. Per cogliere, comunque, tali opportunità bisogna, però, sviluppare un serrato confronto fra la ricerca, l’operatore pubblico e gli imprenditori attivi nelle diverse fasi della filiera per attivare quelle strategie comuni che consentano di valorizzare al meglio le produzioni esistenti ed indirizzare gli imprenditori che intendono realizzare nuovi impianti con le misure agroambientali e con la forestazione produttiva, in particolare, verso quelle forme di allevamento e quelle varietà che consentano di produrre baccelli rispondenti ai nuovi e più remunerativi impieghi degli utilizzatori intermedi e finali.

 

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