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Analisi e prospettive del mercato delle carrube e dei derivati
Biagio Pecorino |
1. Premessa
La coltivazione del carrubo e la produzione, trasformazione e
commercializzazione dei baccelli e dei derivati caratterizzano il paesaggio e
l’economia dell’area dell’Altipiano Ibleo, interessando l’attività agricola e
zootecnica, quella commerciale e quella della trasformazione eseguita sia a
livello artigianale sia industriale.
Nei primi decenni del novecento le carrube venivano in massima parte utilizzate
per l’alimentazione dei bovini e degli equini ed i mercati più importanti a
livello nazionale e internazionale erano rispettivamente quelli di Napoli,
Londra, e Marsiglia. Dopo gli anni trenta, a causa della graduale sostituzione
degli animali con i mezzi meccanici per lo svolgimento di diverse operazioni
colturali in agricoltura, il prodotto destinato all’alimentazione del bestiame
subisce una significativa riduzione della domanda ed il collocamento delle
carrube sul mercato divenne vieppiù difficile. Tutto ciò provocò da un lato il
crollo dei prezzi e dall’altro una notevole riduzione delle superfici coltivate
e la coltura rischiò l’estinzione (Maltese-Pesce, 1996).
In seguito, la scoperta di nuove forme di utilizzazione delle carrube
(distillazione del prodotto per la produzione di alcool etilico e, in un secondo
tempo, estrazione dalle carrube di sostanze pectiche e farine neutre e la
utilizzazione come addensanti nell’industria alimentare) determina, la crescita
della domanda ed una ripresa del mercato.
Negli ultimi decenni del novecento si registrano alterne vicende condizionate,
da un lato, dall’elevazione delle imposte sull’alcool etilico e dall’avvento
nell’industria chimica di procedimenti di sintesi per l’ottenimento di prodotti
in sostituzione di quelli tradizionalmente ricavati dalle carrube e, dall’altro,
da nuove e distinte possibilità di impiego dei frutti e dei semi, favorendo la
nascita di alcune imprese di prima e seconda trasformazione ed una ripresa del
mercato delle relative produzioni.
Nella presente relazione si punta ad accertare il livello delle produzioni, le
principali utilizzazioni e le caratteristiche salienti del mercato delle carrube
e dei principali derivati, attraverso l’analisi delle correnti di traffico e dei
prezzi.
2. Tendenze evolutive e situazione attuale della produzione delle carrube
La
produzione delle carrube a livello mondiale ha registrato una significativa
flessione nell’ultimo ventennio, passando da poco meno di 360 mila tonnellate a
quasi 250 mila tonnellate.
Come mostra la tab. 1, nell’arco di tempo
considerato significativi decrementi si sono verificati
nel corso degli anni ottanta mentre i livelli
produttivi risultano mediamente stabili nell’ultimo decennio in esame1
.
Le produzioni mondiali si concentrano in
pochi Paesi (Spagna, Italia, Marocco, Portogallo
e Grecia), che detengono quasi l’89% della
produzione mondiale; tutto ciò conferma che la
carrubicoltura si estende in massima parte nel
Bacino del Mediterraneo, nel quale rappresenta
una coltivazione caratteristica, ancorché localizzata
in specifiche regioni e soprattutto in alcune
aree ben delimitate.
1
Allo scopo di esaminare l’evoluzione delle produzioni di carrube e delle
relative attività di scambio sul mercato internazionale per
principali paesi sono stati utilizzati i dati statistici della FAO, pur
rilevando che trattasi di statistiche più o meno carenti e per taluni
aspetti di incerta affidabilità e che la loro utilizzazione impone talune
cautele con ricorso a valori medi quadriennali, per destagionalizzare
le produzioni, che com’è risaputo sono legate all’alternatività delle produzioni
ed all’andamento climatico. La FAO non pubblica nei
volumi Production yearbook e Trade yearbook i dati relativi alla produzione e
agli scambi delle carrube ma realizza una puntuale
rilevazione ed elaborazione, quindi, i dati elaborati sono stati forniti
direttamente dalla fonte dietro puntuale richiesta.
TAB. 1 - EVOLUZIONE DELLA PRODUZIONE DI CARRUBE NEL MONDO PER PRINCIPALI PAESI
(*)
|
1980 |
-83 |
1984 |
-87 |
1988 |
-91 |
1992 |
-95 |
1996 |
-99 |
20 |
00 |
|
| Paesi | t | % | t | % | t | % | t | % | t | % | t | % |
| Spagna | 193.700 | 53,8 | 158.825 | 52,4 | 146.715 | 53,6 | 123.050 | 49,5 | 116.928 | 47,7 | 120.000 | 48,4 |
| Italia | 58.338 | 16,2 | 50.030 | 16,5 | 37.005 | 13,5 | 38.200 | 15,4 | 42.375 | 17,3 | 42.500 | 17,1 |
| Marocco | 26.500 | 7,4 | 24.725 | 8,2 | 21.675 | 7,9 | 21.975 | 8,8 | 22.000 | 9,0 | 20.000 | 8,1 |
| Portogallo | 22.500 | 6,3 | 20.000 | 6,6 | 20.000 | 7,3 | 20.000 | 8,0 | 20.000 | 8,2 | 20.000 | 8,1 |
| Grecia | 24.390 | 6,8 | 19.512 | 6,4 | 19.498 | 7,1 | 19.000 | 7,6 | 16.000 | 6,5 | 16.000 | 6,4 |
| Turchia | 14.375 | 4,0 | 13.431 | 4,4 | 13.875 | 5,1 | 15.000 | 6,0 | 13.950 | 5,7 | 13.500 | 5,4 |
| Cipro | 16.533 | 4,6 | 12.500 | 4,1 | 9.782 | 3,6 | 6.925 | 2,8 | 5.813 | 2,4 | 4.500 | 1,8 |
| Tunisia | 387 | 0,1 | 688 | 0,2 | 890 | 0,3 | 1.075 | 0,4 | 1.000 | 0,4 | 1.000 | 0,4 |
| Algeria | -- | -- | -- | -- | -- | -- | -- | -- | 3.381 | 1,4 | 4.200 | 1,7 |
| Altri | 3.187 | 0,9 | 3.155 | 1,0 | 4.242 | 1,5 | 3.511 | 1,4 | 3.643 | 1,5 | 6.475 | 2,6 |
| Totale | 359.910 | 100,0 | 302.866 | 100,0 | 273.682 | 100,0 | 248.736 | 100,0 | 245.090 | 100,0 | 248.175 | 100,0 |
| 100 | 84 | 76 | 69 | 68 | 69 |
(*) Elaborazioni su dati FAO direttamente forniti dal relativo Servizio
Statistico. Tali dati non figurano nell'annuario (Production yearbook ) in
quanto le carrube sono considerate una produzione minore.
Dall’analisi delle produzioni registrate per dal Marocco, dal Portogallo, dalla
Grecia, dalla singolo Paese emerge che nel ventennio esami-Turchia e da Cipro,
che mostra in termini relatinato non vi sono variazioni di rilievo nella com-vi
la riduzione più significativa. Dall’analisi della posizione della produzione
mondiale, pur regi-fig.1, emerge, comunque, che due casi a parte
strando la Spagna le riduzioni più significative sono rappresentati dalla
Tunisia e dall’Algeria, sia in termini assoluti che relative, passando da le cui
produzioni, anziché diminuire, come nel-una incidenza media del 53,8% al 48,4%
sul to-la generalità dei Paesi produttori, sono fortementale. Il secondo Paese
produttore è l’Italia, seguita te aumentate negli ultimi anni esaminati.
FIG. 1 - EVOLUZIONE DELLE PRODUZIONI DI CARRUBE
NEL MONDO

Le prime statistiche ufficiali sulla coltivazione del carrubo in Italia
risalgono al 1929 (Catasto Agrario). In quell’anno il carrubo in Sicilia vantava
una superficie di quasi 60 mila ettari con una incidenza di poco più del 45%
sulle superfici nazionali (oltre 123 mila ettari); nell’anno 2000, invece, a
distanza di un settantennio, le superfici carrubicole si sono fortemente
contratte in ambito nazionale (quasi 37 mila ettari) e, pur in presenza di una
diminuzione in termini assoluti, sono relativamente cresciute nell’Isola,
spingendosi sino al 97% della superficie complessiva, come mostra la fig. 2.
Le produzioni italiane, localizzate in misura preponderante in Sicilia,
denunciano, secondo l’ISTAT, un andamento leggermente differente rispetto ai
dati FAO, con un decremento che, nel 1996-99, si aggira intorno al 37% rispetto
alle produzioni registrate nel quadriennio 1980-83, passando nel periodo
considerato da poco più di 58 mila tonnellate a quasi 37 mila tonnellate; nel
2000 la produzione italiana si è attestata intorno a quasi 39 mila tonnellate,
con un leggero incremento rispetto al periodo 1996-99 (cfr. Tab. 2).
All’interno dell’Isola la carrubicoltura è stata interessata da una crescente
concentrazione delle superfici nelle province di Siracusa e Ragusa, con aliquote
che negli ultimi anni esaminati intercettavano circa il 99% del totale
regionale.
Nelle altre province siciliane ed in particolare ad Agrigento, Trapani,
Caltanissetta e Palermo, dove la coltura occupava, nel 1929, oltre 13 mila
ettari, oggi invece è pressoché scomparsa, soppiantata da essenze più redditizie
e, principalmente, da ortaggi e uve, queste ultime sia da vino che da tavola.
Anche nelle province di Ragusa e Siracusa si sono registrati analoghi fenomeni
di concentrazione a séguito delle trasformazioni serricole e agrumicole di gran
parte della fascia costiera, sicché le aree attualmente maggiormente interessate
dalla coltivazione carrubicola sono quelle interne, spesso acclivi e a roccia
affiorante, a prevalente indirizzo cerealicolo - arboricolo, cerealicolo -
zootecnico o cerealicolo - orticolo -zootecnico.
Nella fig. 3 risulta possibile apprezzare l’evoluzione dei livelli produttivi
registrati in Italia ed in particolare nelle province siciliane dove si
concentra oltre il 90% della produzione nazionale (Ragusa e Siracusa). Il calo
produttivo registrato nell’ultimo ventennio è da attribuire alle riduzioni degli
impieghi di lavoro utilizzati nella coltivazione, correlati anche all’aumento
dei salari agricoli, ed in qualche caso, alla disattivazione della coltivazione.
Di fronte ad una tale situazione, che minacciava le sorti della carrubicoltura,
(come pure della pistacchicoltura, nocciolicoltura e mandorlicoltura), la
Regione Siciliana, ha emanato la legge n. 23 del 7 agosto 19903 che, elargiva un
sostegno in conto capitale di 15.000 lire per pianta e la cui concessione era
riservata a quei produttori che detenevano impianti carrubicoli di età superiore
a 20 anni, tutto ciò, allo scopo del mantenimento della coltivazione che oltre
alla funzione produttiva assume un ruolo importante nella caratterizzazione del
paesaggio degli Iblei.
Il sostegno economico previsto nel provvedimento legislativo ha raggiunto il suo
scopo, essendosi registrata nell’Isola una inversione di tendenza, con la
ripresa delle produzioni nel 1992-1995. Questo tipo di intervento, se in un
primo momento sembrava aver avuto un effetto del tutto insperato, in seguito si
rivelò insufficiente per rigenerare la carrubicoltura siciliana,
pur avendo contribuito unitamente alle dinamiche del mercato, successivamente
considerate, a stabilizzare le produzioni di carrube3.
La legge Regionale n. 23 del 7 agosto 1990, pubblicata sulla G.U.R.S. n. 38
dell’11 agosto 1990, ha istituito dei sostegni per
assicurare la conservazione degli impianti di mandorlo, nocciolo, pistacchio e
carrubo ma attualmente risulta inapplicata per mancanza,
dal 1993, di copertura finanziaria e per incompatibilità con la normativa sugli
aiuti di Stato alle imprese, pur avendo assunto un
ruolo significativo nella salvaguardia della coltura del carrubo il Reg. CEE
2078/92 ed il 2080/92, prima, ed il P.S.R. Sicilia 2000-06,
dopo.
3
Anche in Spagna, Paese produttore nostro diretto concorrente, sono state
definite iniziative a sostegno della coltivazione del carrubo
e, pur in presenza di significativi espianti a beneficio soprattutto della
coltura olivicola, il legislatore è intervenuto con aiuti unitari
maggiori rispetto a quelli previsti in Sicilia.
TAB. 2 - EVOLUZIONE DELLA PRODUZIONE DI CARRUBE IN ITALIA ED IN SICILIA (*)
|
1980 |
-83 |
1984 |
-87 |
1988 |
-91 |
1992 |
-95 |
1996 |
-99 |
20 |
00 |
|
| 000 t | % | 000 t | % | 000 t | % | 000 t | % | 000 t | % | 000 t | % | |
| Ragusa | 40,8 | 70,0 | 36,4 | 72,8 | 23,2 | 62,7 | 29,5 | 69,9 | 25,4 | 69,0 | 24,5 | 63,6 |
| Siracusa | 10,5 | 18,0 | 8,9 | 17,8 | 9,6 | 25,9 | 9,1 | 21,6 | 7,7 | 20,9 | 10,5 | 27,3 |
| Altre province | 1,8 | 3,1 | 0,7 | 1,4 | 0,6 | 1,6 | 0,5 | 1,2 | 0,5 | 1,4 | 0,4 | 1,0 |
| SICILIA | 53,1 | 91,1 | 46,0 | 92,0 | 33,4 | 90,3 | 39,1 | 92,7 | 33,6 | 91,3 | 35,4 | 91,9 |
| 0 | 100 | 0 | 87 | 0 | 63 | 0 | 74 | 0 | 63 | 0 | 67 | 0 |
| ALTRE REGIONI | 5,2 | 8,9 | 4,0 | 8,0 | 4,0 | 10,8 | 3,1 | 7,3 | 3,2 | 8,7 | 3,1 | 8,1 |
| 0 | 100 | 0 | 77 | 0 | 77 | 0 | 60 | 0 | 62 | 0 | 60 | 0 |
| ITALIA | 58,3 | 100,0 | 50,0 | 100,0 | 37,0 | 100,0 | 42,2 | 100,0 | 36,8 | 100,0 | 38,5 | 100,0 |
| 0 | 100 | 0 | 86 | 0 | 63 | 0 | 72 | 0 | 63 | 0 | 66 | 0 |
(*) Elaborazioni su dati ISTAT, Camera di Commercio Industria, Artigianato e
Agricoltura e Ispettorato Provinciale dell'Agricoltura di Ragusa e Siracusa.
FIG. 2 - EVOLUZIONE DELLE SUPERFICI CARRUBICOLE IN ITALIA

FIG. 3 - EVOLUZIONE DELLA PRODUZIONE DI CARRUBE IN ITALIA ED IN SICILIA

3. Cenni sulle principali utilizzazioni delle carrube e dei derivati
Le carrube
in Italia fino alla metà dell’800 venivano utilizzate quasi esclusivamente per
l’alimentazione degli animali da tiro soprattutto equini, ma anche bovini,
impiegati nelle campagne per la lavorazione del terreno e per trasporti interni
nell’azienda. La produzione di alcool estratto dalle carrube iniziò nel lontano
1855, quando la società Florio, avendo istallato a Catania un grande impianto
per la estrazione dell’alcool puro dalla polpa delle carrube, arrivò a produrre
circa 13.000 ettolitri di alcool all’anno. L’azienda, purtroppo, dovette cessare
la produzione
due anni dopo, in seguito alla concorrenza dell’alcool di bietola importato
dalla Germania, alle imposizioni fiscali sempre più gravose ed alla maggiore
convenienza a distillare alcool dal vino la cui produzione italiana era in
aumento, pur registrandosi nel 1934 l’entrata in funzione di uno stabilimento a
Pozzallo (SR) con una notevole potenzialità di lavorazione (circa
60 tonnellate di carrube al giorno) (AA.VV., 1992).
Successivamente, l’estrazione dell’alcool dalle carrube in Italia fece
registrare, fasi alterne, essendo stata più volte abbandonata e ripresa in
funzione delle differenze di livello del prezzo esistenti fra carrube e altri
prodotti da distilleria.
La produzione e la commercializzazione delle carrube registrò una profonda crisi
verso la fine degli anni trenta, quando, iniziando a diffondersi i motori
meccanici, l’impiego di forze motrici animali ivi inclusi gli equini venne
sostituito gradualmente dai mezzi meccanici sia nelle campagne che nei trasporti
in genere. Molti carrubicoltori cominciarono così ad estirpare gli impianti ma
il legislatore, riconoscendo la valenza anche paesaggistica e culturale del
carrubo, emanò disposizioni con le quali vietava
tali estirpazioni, alleggerendo altresì le imposizioni fiscali per l’estrazione
dell’alcool delle carrube.
Parallelamente, in seguito si ebbe la possibilità di giovarsi di nuove tecniche
finalizzate all’estrazione dal seme di sostanze pectiche mucillaginose e farine
neutre, idonee per usi industriali; prodotti questi ultimi che alimentavano
anche una discreta corrente commerciale con l’estero anche se la destinazione
prevalente era legata all’utilizzazione della polpa destinata alla
distillazione4.
4
Risulta opportuno evidenziare che l’imposta di fabbricazione ed il diritto
erariale, nel 1956, da soli rappresentavano più dell’80% del costo di produzione
dell’alcool proveniente dalle carrube; tali livelli di imposizione erano
giustificati dalle pressioni esercitate dai produttori di vino che subivano
anch’essi una crisi significativa. In generale la distillazione dei due prodotti
mediterranei veniva scoraggiata a vantaggio di altre colture, come ad esempio la
fermentazione degli zuccheri delle fettucce di barbabietola, oltre che dalla
diffusa presenza di sofisticazioni del vino con prodotti non provenienti
dall’uva (AA.VV.,1995).
E’, comunque, da evidenziare che la crisi della carrubicoltura si attenuò in
seguito alla crescente valorizzazione industriale di sostanze addensanti
ottenute dai semi, usate prevalentemente in pasticceria ed ottenute dai semi
delle carrube, ed alla utilizzazione della polpa da parte dei mangimifici.
Questi ultimi utilizzano polpa frantumata grossolanamente con diametro superiore
a 0,5 cm, farina di carrube e polpe esauste provenienti da distillazione per
l’integrazione alimentare di bovini, suini, equini, pollame, ecc., grazie al
contenuto in fibra grezza e proteine e, soprattutto, all’elevato contenuto in
zuccheri (oltre il 20%) che stimola l’appetibilità degli animali.
Nelle carrube sono contenuti anche sostanze pectiche tannini, che conferiscono
proprietà curative e astringenti e concorrono alla terapia antidiarroica.
Per quanto attiene alle principali utilizzazioni bisogna rilevare che
attualmente risulta limitata l’utilizzazione del baccello intero come avveniva
in passato ma quest’ultimo viene sottoposto ad un processo di decorticazione
termomeccanico, cioè separando la buccia (30%), l’endosperma (45%) ed il germe
(25%), quindi macinando l’endosperma per ottenere la farina di semi che risulta
attualmente il prodotto di maggior pregio.
I principali Paesi che producono farina di semi di carrube sono: l’Italia,
Spagna, Marocco, Portogallo e Grecia. La gomma o farina di semi di carruba in
passato veniva utilizzata anche nel settore tessile, ma la scoperta di prodotti
sintetici ed il suo alto costo ha confinato il suo impiego nel settore
alimentare e, in piccole quantità, in quello farmaceutico e cosmetico.
I principali impieghi delle farine di semi interessano:
a) i gelati nei quali le farine di semi di carrube vengono utilizzati in dosi
0,1–0,3% del prodotto, conferendo loro una struttura uniforme e vellutata,
evitando quindi la formazione di cristalli di ghiaccio;
b) le salse (ed alcuni prodotti emulsionanti, maionese, ecc.), nelle quali la
farina di semi di carrube (sola o in combinazione con altri additivi) ha ottime
proprietà stabilizzanti ed addensanti specialmente quando tali emulsioni sono
sottoposte a trattamenti termici e meccanici come richiesto dalle moderne
tecnologie di conservazione alimentare. La struttura conferita a questi prodotti
dal derivato delle carrube risulta notevolmente più leggera e palatabile che non
quella ottenuta con l’utilizzo di soli amidi e farine. Anche se non molto
diffuse sul mercato italiano, alcuni tipi di zuppe e minestre pronte
(concentrate in scatola oppure disidratate in busta) contengono la farina di
semi di carruba che serve a dare al prodotto finito (diluito con acqua) un
aspetto più gradevole e pieno;
c) i formaggi e prodotti derivati dal latte, dove l’utilizzo di addensanti,
quali la farina di semi di carruba per la preparazione di alcuni tipi di
formaggi freschi è pratica comune in alcuni Paesi europei (Germania, Inghilterra
e negli Stati Uniti); in particolare, il formaggio fresco, con l’utilizzo di
questi addensanti, assume caratteristiche di cremosità e spalmabilità
notevolmente migliori. Inoltre, è possibile eseguire su questi prodotti dei
trattamenti termici senza incorrere in sgradevoli coagulazioni o cambiamenti
delle struttura del formaggio. In molti dessert a struttura gelatinizzata, come
lo sono i budini, la farina di semi di carruba è considerata un additivo
complementare indispensabile alla carragenina per produrre budini privi di
sineresi;
d) i preparati a base di carne, nei quali la farina di semi di carruba per le
sue spiccate proprietà leganti e stabilizzanti delle emulsioni (grasso/acqua)
viene utilizzata (anche in combinazione con carragenine) in alcuni Paesi europei
per la produzione di insaccati quali salsicce, wurstel, ecc.. L’aggiunta della
farina di semi di carruba permette di ottenere una pasta più omogenea con
maggiore stabilità e con una struttura più morbida. Inoltre, il suo effetto
lubrificante facilita le operazioni di estrusione ed insaccamento dei migliori
salumi;
e) i semilavorati di frutta, dove, assieme alla pectina, la gomma di carruba è
utilizzata per la realizzazione di diversi semilavorati a base di frutta
destinati all’industria lattiero/casearia (yogurt, ad es.) e all’industria della
pasticceria. Il semilavorato così prodotto mantiene le caratteristiche di
stabilità durante tutti i severi processi termo-meccanici a cui vengono
sottoposti questi alimenti;
f) l’alimentazione animale (Pet food), per la quale e soprattutto per la maggior
parte dei cibi pronti in scatola per cani e gatti, la farina di semi di carruba
è ormai un elemento indispensabile assieme alla carragenina per conferire
struttura e stabilità all’impasto complessivo di carne-proteine vegetali, grassi
e acqua. Dalle interviste effettuate alle imprese di trasformazione è emerso che
questo è lo sbocco di mercato che ha visto negli ultimi anni un incremento
notevole nei consumi di gomma di carruba; incremento che ha compensato la
perdita in altri settori quali il tessile ed alcune applicazioni alimentari.
Oltre ai derivati dei semi negli ultimi anni è prodotto dalla distillazione
delle polpe di carrube il “karubello”, che una impresa di trasformazione di
carrube del Ragusano sta diffondendo come bevanda alcolica che sta riscontrando
un significativo successo nei consumatori anche grazie al supporto di specifiche
campagne di comunicazione finanziate con gli strumenti dello sviluppo rurale.
4.
Caratteristiche della domanda ed evoluzione dei prezzi
Il mercato delle carrube
è caratterizzato da una vasta gamma di impieghi del prodotto che, com’è stato
precedentemente descritto, è costituito dalle carrube (polpe), dai semi e dai
rispettivi derivati.
Prima di esaminare le discriminanti che caratterizzano l’offerta e la domanda
delle carrube e dei principali derivati, risulta necessaria una sintetica
elencazione dei principali prodotti derivati dalle carrube, tra i quali, in
particolare, si segnalano:
-la polpa sotto forma di frantumato, che viene assorbita dall’industria
mangimistica e, in piccola parte, direttamente dagli allevatori locali;
-la carrubina, ottenuta dalle carrube macinate e polverizzate, che viene
impiegata nell’industria mangimistica o direttamente dagli allevatori, per
migliorare l’appetibilità dei mangimi e per le proprietà antidiarroiche. Il
prodotto ricco di zuccheri trova impiego anche nella preparazione di mangimi da pellettare poiché gli zuccheri esercitano una funzione legante, tale da
migliorarne la qualità;
-il carcao, un succedaneo del cacao, prodotto dalla IDEA S.p.A. di Noto,
industria che lavora la polpa di carrube, quest’ultima ottenuta dai baccelli
migliori e ricchi di zucchero, che vengono puliti mediante il lavaggio,
frantumati e disidratati e sottoposti alla sterilizzazione microbiologica; la
lavorazione consente di variare il colore in funzione delle caratteristiche del
prodotto (4 tipi di colori), per ciascuno dei quali si hanno diverse possibilità
d’impiego nell’industria alimentare5 ;
-la farina di semi6 , ricca di sostanze addensanti, principalmente utilizzata
nell’industria alimentare per la sua capacità (a) di conferire ai prodotti
(marmellate, gelati, creme, ecc.) una struttura uniforme e vellutata, (b)
d’impedire la formazione di cristalli di ghiaccio e (c) di migliorare l’aspetto
ed accrescere la cremosità e la spalmabilità.
5 É da notare che il carcao ha le proprietà di mescolarsi bene con altri ingredienti alimentari, poiché ha un basso contenuto di grassi, e non richiede l’aggiunta di sostanze chimiche (carbonati di sodio e potassio, ammoniaca, ecc.), come accade nel caso del cacao. Da rilevare inoltre che il carcao, grazie all’ottima organizzazione commerciale dell’industria produttrice (IDEA S.p.A.), viene collocato per quantitativi apprezzabili all’estero (Nuova Zelanda, Giappone, Inghilterra, Germania, Stati Uniti, ecc.).
6 Il seme di carruba costituisce circa l’8-10% del frutto, dal quale si ricavano
anche la buccia, il germe e l’endosperma (gomma). Nella
lavorazione industriale del seme per l’ottenimento della farina, quest’ultimo
viene spogliato della buccia e del germe e quindi
dell’endosperma.
Da informazioni assunte presso le industrie di lavorazione del seme risulta che
la produzione siciliana ha delle caratteristiche qualitative superiori a quella
ottenuta da altri Paesi, come ad esempio il Marocco, che produce carrube con una
più alta resa in semi (20% ed oltre a fronte del 10% o poco meno per il nostro
prodotto), ma la cui farina denuncia una viscosità inferiore a quella del
prodotto ottenuto dal seme siciliano.
Un altro prodotto che viene commercializzato è ottenuto dalla lavorazione del
seme, è il germe di carruba che viene chiamato con il nome di “germina”; il
suddetto prodotto viene impiegato nell’industria mangimistica, che lo utilizza
per arricchire i mangimi poveri di sostanze proteiche e migliorarne il sapore, e
tutto ciò in rapporto all’elevato contenuto in proteine (circa il 25%) ed al
buon sapore della germina.
Dalle rilevazioni effettuate presso le Camere di Commercio Industria Artigianato
ed Agricoltura di Ragusa e Siracusa e presso le principali imprese che operano
la commercializzazione e la trasformazione delle carrube è stato possibile
risalire ai prezzi di mercato dei baccelli e dei principali derivati, pur in
presenza di sensibili variazioni ascrivibili alle diverse qualità dell’offerta
ed ai canali di destinazione.
I prezzi medi all’ingrosso delle carrube espressi in lire costanti 2000, come si
evince dall’esame della tab. 3, nelle due principali province
siciliane (Ragusa e Siracusa) nel corso dell’ultimo dodicennio (1989-2000)
mostrano un trend caratterizzato da sensibili oscillazioni, pur in presenza di
una sostanziale stabilità. Un discorso a parte, meritano, invece, le quotazioni
registrate nel 1995, quando i prezzi hanno manifestato nelle due province
incrementi - in moneta costante - pari al 217% ed al 253% rispetto al 1989 per
poi registrare dal 1996 al 1999 una fase decrescente ed un incremento per il
2000.
E’ da notare che l’andamento dei prezzi all’ingrosso in questione, riferendosi
alle carrube come tali e non anche ai trasformati (polpa di carrube, semi o loro
derivati), costituisce l’espressione più immediata e diretta dei prezzi
percepiti dai produttori agricoli, per il periodo preso in esame (1989-2000),
viceversa, l’andamento analizzato mal si presta per raffronti con quello dei
prezzi all’export o all’import, riferendosi questi ultimi ad una gamma di
prodotti assai eterogenei, fra i quali, a fianco delle carrube e dei semi,
figurano anche i rispettivi trasformati.
Sulla base di un’indagine condotta fra le principali imprese di trasformazione
delle carrube nel Ragusano e nel Siracusano, anche il livello dei prezzi dei
principali prodotti trasformati (polpa di carrube e derivati, semi di carrube e
derivati), che era apparso in ribasso alla fine degli anni ottanta e inizio anni
novanta, ha avuto una certa impennata nel 1994 e soprattutto nel 1995, in
sintonia con quanto è stato osservato per i prezzi all’ingrosso (solo carrube) e
per i prezzi all’export ed all’import (carrube, semi e derivati).
TAB. 3 - EVOLUZIONE DEI PREZZI MEDI ALL'INGROSSO DELLE CARRUBE IN SICILIA (*)
| 0 |
Anni |
1989 | 1990 | 1991 | 1992 | 1993 | 1994 | 1995 | 1996 | 1997 | 1998 | 1999 | 2000 |
| Ragusa | Prezzi correnti | 333 | 305 | 290 | 302 | 315 | 415 | 1.024 | 504 | 394 | 326 | 342 | 461 |
| 0 |
Prezzi costanti (2000) |
494 | 426 | 381 | 377 | 377 | 478 | 1.073 | 530 | 407 | 391 | 349 | 461 |
| Siracusa | Prezzi correnti | 250 | 250 | 250 | 265 | 365 | 450 | 860 | 555 | 436 | 375 | 370 | 460 |
| 0 | Prezzi costanti (2000) | 371 | 350 | 329 | 331 | 437 | 518 | 940 | 584 | 451 | 381 | 377 | 460 |
(migliaia di lire per tonnellata)
(*) Elaborazione svolte sui prezzi medi annui delle Camere di Commercio,
Industria Artigianato ed Agricoltura di Ragusa e Siracusa. I prezzi rilevati (in
lire correnti) sono stati convertiti in lire costanti (2000) impiegando gli
indici calcolati dall'ISTAT.
Un quadro di sintesi dei prezzi di mercato delle principali tipologie di
derivati di carrube si evince dall’analisi della tab. 4, che mostra i prezzi di
vendita dei principali derivati relativi al 2000.
Analogamente a quanto può affermarsi per altre produzioni agricole, pur potendo
correlare la crescita dei prezzi registrata nel corso degli ultimi anni agli
effetti di un certo orientamento degli utilizzatori a favore di additivi
naturali dei prodotti alimentari o di quelli dell’industria mangimistica e
quindi anche dei derivati delle carrube, dalle indagini effettuate le quotazioni
dipendono soprattutto dalle vicende che caratterizzano la produzione. Inoltre,
un ruolo determinante lo assumono le disponibilità e le relative elasticità
incrociate di altri prodotti succedanei trasformati naturali (farina di guar, ad
esempio) e di preparati artificiali o sintetici di cui si avvale l’industria
alimentare e quella mangimistica e le normative nazionali e comunitarie, più o
meno vincolanti, che regolano il relativo utilizzo.
Per quanto attiene ai prezzi medi all’esportazione delle carrube italiane (cfr.
tab. 5), il cui importo è stato calcolato in moneta costante (lire 2000), si
nota un andamento altalenante: dopo gli incrementi degli anni ottanta, tali
prezzi, infatti, sono vistosamente calati nel quadriennio 1992-95, anche se nel
1994 e soprattutto nel 1995 c’è stata una ripresa delle quotazioni delle
carrube, che può ricondursi, da un lato, al sensibile aumento dei consumi,
legato a nuove forme di utilizzazione del prodotto, ma anche, dall’altro, ad una
certa flessione dell’offerta.
TAB. 4 - PRINCIPALI TIPOLOGIE DI DERIVATI DELLE CARRUBE E RELATIVI PREZZI
DI MERCATO (2000)
|
Prodotti |
Impieghi prevalenti |
Prezzi (lire/kg) |
|
Polpe di carrube e derivati |
0 |
0 |
|
-Frantumato (polpa denocciolata) |
usi zootecnici |
200-270 |
|
-Carrubina (farina di polpa) |
usi zootecnici |
550-600 |
|
-Carcao (farina di polpa) |
usi alimentari |
1.300-1.500 |
|
Semi di carrube |
0 | 0 |
| -Semi di carrube grezze |
usi diversi |
4.500-5.500 |
| -Farina di semi |
usi alimentari |
12.500-13.500 |
| -Farina di semi | usi zootecnici | 4.000-5.000 |
| -Germina | usi zootecnici | 200-300 |
TAB. 5 - EVOLUZIONE DEI PREZZI MEDI ALL'ESPORTAZIONE E ALL'IMPORTAZIONE
DELLE CARRUBE IN ITALIA (*)
| Export | 1980-83 | 1984-87 | 1988-91 | 1992-95 | 1996-99 | 2000 |
| Prezzi correnti | 580 | 1.976 | 2.008 | 1.333 | 2.314 | 1.085 |
|
Prezzi costanti (2000) |
1.392 | 3.026 | 2.872 | 1.588 | 2.476 | 1.058 |
| 0 | 100 | 217 | 206 | 114 | 178 | 76 |
| Import | 0 | 0 | 0 | 0 | 0 | 0 |
|
Prezzi correnti |
174 | 219 | 236 | 251 | 368 | 322 |
|
Prezzi costanti (2000) |
418 | 358 | 338 | 586 | 392 | 322 |
| 0 | 100 | 86 | 81 | 140 | 94 | 77 |
(migliaia di lire per tonnellata)
(*) Elaborazioni su dati tratti da: ISTAT, Statistiche del commercio con
l'estero, varie annate. I prezzi rilevati (in lire correnti) sono stati
convertiti in lire costanti (2000) impiegando gli indici calcolati dall'ISTAT.
Relativamente ai prezzi medi all’importazione delle carrube in Italia, si
registra una fase di stagnazione negli anni ottanta e fino a metà degli anni
novanta anche a causa della forte pressione esercitata dalla concorrenza
internazionale, sviluppatasi non soltanto per le carrube ed i derivati, ma anche
per il guar (pisello pakistano), per i relativi derivati (farina di semi di guar)
e per i sostituti (prodotti di sintesi); una certa ripresa dei prezzi in
questione si registra nell’ultimo periodo esaminato (1996-99) anche se in misura
minore di quanto accade per i prezzi all’export.
La differenza di prezzo all’esportazione tra un Paese e l’altro, quand’è
notevole, deriva dal fatto che il prodotto contemplato ha subito ulteriori fasi
di lavorazione. A titolo esemplificativo si osserva che i prezzi della Germania
si riferiscono esclusivamente o quasi alla carrubina per gli anni 1980-83,
1992-95 e 1996-99; quelli relativi ad altri Paesi di destinazione o alla stessa
Germania in annate diverse hanno invece per oggetto il frantumato di carrube e
la carrubina in varie proporzioni fra loro.
Relativamente ai prezzi all’importazione, si osservano minori oscillazioni fra i
diversi Paesi di provenienza e nelle differenti annate, poiché si tratta nella
maggior parte dei casi di frantumato di carrube e quindi di prodotto grezzo.
Per i prezzi medi all’esportazione dei semi di carrube, il relativo andamento,
come documenta la tab. 6, risulta caratterizzato da forti oscillazioni con una
fase di forte incremento nel periodo 1980-1987, una di decremento nel 198891,
una ripresa nel quadriennio 1992-95; un decremento nel 1996-99 e, infine, una
ripresa nel 2000. Un tale andamento, come accennato, appare segnato dalla messa
a punto di nuove forme di utilizzazione e conseguentemente dall’ampliamento dei
consumi, in presenza di produzioni stazionarie o in declino.
Riguardo ai prezzi medi all’importazione (semi di carrube), il relativo livello,
come mostra sempre la tab. 6, si mantiene nell’arco del ventennio su valori
sensibilmente inferiori a quelli all’esportazione, poiché l’Italia importa
principalmente semi interi, con un andamento in moneta costante (lire 2000) che
è in aumento dal 1980 al 1987 per poi decrescere dal 1988 al 1993, mentre nel
1994 e nel 1995 si è avuta un’impennata dovuta alle minori produzioni, avutesi,
com’è noto, in alcuni Paesi produttori e in Italia in particolare; tuttavia, i
prezzi medi del quadriennio 1992-95 risultano in diminuzione per effetto del
forte calo di prezzi avutosi nel 1992 e nel 1993 e diminuiscono ancora
nell’ultimo quadriennio 1996-99 mentre, infine, nell’anno 2000 tendono ad
aumentare.
TAB. 6 - EVOLUZIONE DEI PREZZI MEDI ALL'ESPORTAZIONE E ALL'IMPORTAZIONE DEI
SEMI DI CARRUBE IN ITALIA (*)
| Export | 1980-83 | 1984-87 | 1988-91 | 1992-95 | 1996-99 | 2000 |
| Prezzi correnti | 1468 | 6.294 | 3.671 | 4.703 | 3.987 | 4.558 |
|
Prezzi costanti (2000) |
3.095 | 10.299 | 4.890 | 5.458 | 4.236 | 4.558 |
| 0 | 100 | 333 | 158 | 176 | 137 | 147 |
| Import | 0 | 0 | 0 | 0 | 0 | 0 |
|
Prezzi correnti |
1.119 | 2.914 | 2.601 | 2.443 | 1.833 | 2.539 |
|
Prezzi costanti (2000) |
2.360 | 4.769 | 3.465 | 2.862 | 1.945 | 2.539 |
|
0 |
100 |
202 |
147 |
121 |
82 |
108 |
(migliaia di lire per tonnellate)
(*) Elaborazioni su dati tratti da: ISTAT, Statistiche del commercio con
l'estero, varie annate. I prezzi rilevati (in lire correnti) sono stati
convertiti in lire costanti (2000) impiegando gli indici calcolati dall'ISTAT.
Riguardo all’evoluzione dei prezzi medi all’esportazione dei semi di carrube per
principali Paesi, va osservato che per la Germania, la Svizzera, gli Stati Uniti
e l’Austria si hanno incrementi dei prezzi dal 1980 al 1987, decrementi nel
quadriennio successivo (1988-91) e un’impennata nel 1992-95, per poi diminuire
fino al 2000. Tuttavia, bisogna notare che tali prezzi possono subire notevoli
oscillazioni da un Paese all’altro, anche nello stesso anno, in rapporto al
prodotto oggetto di esportazione (semi interi o loro derivati già preparati per
l’impiego finale nell’industria alimentare o farmaceutica).
Quanto ai prezzi all’importazione dei semi di carrube per principali Paesi il
trend dei prezzi mostra un andamento crescente dal 1980 al 1987, decrescente nel
periodo successivo (1988-91), e crescente nei bienni successivi fino al 2000. Si
precisa che i prezzi possono essere diversi nello stesso periodo da un Paese
all’altro, a seconda delle differenti tipologie di prodotti importati
(semi interi o loro derivati).
5. Dinamica degli scambi commerciali
Le statistiche FAO sul commercio
internazionale delle carrube sono piuttosto carenti sia
perché le relative consistenze denunciano una ridotta attendibilità (basti
pensare ai divari fra quantitativi esportati ed importati a livello mondiale,
con riferimento non soltanto a singole annate ma anche a dati medi
quadriennali), sia perché le statistiche in questione non operano alcuna
distinzione fra carrube, semi e le diverse tipologie di derivati anche in
relazione ai differenti processi di lavorazione subiti in rapporto alle
utilizzazioni finali.
Entro questi limiti, si può evidenziare, come l’andamento delle esportazioni
negli ultimi venti anni segua quello delle produzioni, con una palese
diminuzioni delle quantità esportate, che passano dalle 114,8 mila tonnellate
del 1980-83 alle 72,8 mila del 1988-91; quantitativo che si contrae nell’ultimo
quadriennio (1996-99) a 57,6 mila tonnellate e ancor più nel 2000.
E’ da osservare, tuttavia, come i dati sull’evoluzione degli scambi commerciali
delle carrube nell’arco di un ventennio, a fronte della crescente eterogeneità
dei prodotti interessati (con una prevalenza sempre più larga di prodotti
trasformati), assumano un valore solo puramente orientativo, per cui quel calo
di esportazioni potrebbe mascherare in realtà un aumento, ove fosse possibile,
operare in termini di equivalenti di carrube fresche.
Come mostra la tab. 7, i maggiori Paesi esportatori sono la Spagna, il
Portogallo, la Turchia ed il Marocco, che intercettano nell’ultimo quadriennio
1996-99, circa i 4/5 dell’export mondiale, con aliquote che toccano un valore
massimo per la Spagna del 47,8%.
Questo Paese, oltre a mantenere la prima posizione, tende a rafforzarla in
questi ultimi anni, passando dalle 22,3 mila tonnellate del 1988-91 alle 27.600
tonnellate del 1996-99 e alle 29.700 mila tonnellate nel 2000. Di contro, il
Marocco, che fino al quadriennio 1988-91 esportava consistenti quantitativi di
carrube, negli ultimi quadrienni ha preferito provvedere direttamente alla
trasformazione, in corrispondenza di un aumento della domanda interna ed estera
di prodotti trasformati.
Relativamente all’Italia, osserviamo come essa si
collochi nel quadriennio 1996-99 al secondo posto sul piano delle produzioni e
al sesto su quello delle esportazioni. Il divario si spiega col fatto che il suo
consumo interno è elevato, ed appare in ulteriore espansione, in rapporto al
crescente impiego di tali produzioni nell’industria alimentare ed in quella
mangimistica.
Le esportazioni italiane sono, inoltre, a differenza di quelle degli altri
Paesi, costituite prevalentemente da prodotti trasformati, quali farine di
carrube, semi interi, farine di semi, ecc., com’è possibile documentare
attraverso l’analisi comparativa dei prezzi medi all’esportazione, che mostra
livelli di prezzo ben maggiori per il nostro Paese rispetto ai principali
produttori-esportatori.
Sempre con riferimento alle esportazioni italiane, il trend nel quadriennio
1996-99 è decrescente rispetto all’inizio degli anni ‘80; ma la consistenza dei
consumi nazionali è tale che il nostro Paese è oggi importatore netto sia di
carrube, sia, in maggior misura, dei relativi semi, pur occupando una posizione
di primo piano a livello mondiale fra i Paesi produttori di carrube.
Quanto alle esportazioni di carrube un altro elemento significativo è che queste
vengono effettuate non soltanto dai Paesi produttori ma anche da Paesi non
produttori, anche se in percentuale esigue, quali il Benelux ed il Regno Unito,
che riesportano parte delle produzioni importate previa trasformazione in
derivati di maggior pregio.
TAB. 7 - EVOLUZIONE DELLE ESPORTAZIONI DI CARRUBE NEL MONDO PER PRINCIPALI PAESI
(*)
|
1980 |
-83 |
1984 |
-87 |
1988 |
-91 |
1992 |
-95 |
1996 |
-99 |
20 |
00 |
|
| Paesi | t | % | t | % | t | % | t | % | t | % | t | % |
| Spagna | 41.856 | 36,5 | 46.236 | 45,4 | 22.251 | 30,6 | 25.598 | 43,3 | 27.553 | 47,8 | 29.718 | 55,2 |
| Italia | 1.777 | 1,5 | 1.582 | 1,6 | 1.539 | 2,1 | 1.732 | 2,9 | 1.565 | 2,7 | 1.497 | 2,8 |
| Marocco | 14.177 | 12,3 | 16.728 | 16,4 | 20.150 | 27,7 | 8.980 | 15,2 | 5.093 | 8,8 | 5.006 | 9,3 |
| Portogallo | 17.908 | 15,6 | 8.229 | 8,1 | 8.379 | 11,5 | 5.021 | 8,5 | 6.574 | 11,4 | 7.761 | 14,4 |
| Grecia | 13.939 | 12,1 | 7.198 | 7,1 | 5.587 | 7,7 | 2.121 | 3,6 | 1.499 | 2,6 | 741 | 1,4 |
| Turchia | 6.967 | 6,1 | 8.708 | 8,6 | 11013 | 15,1 | 9695 | 16,4 | 6.206 | 10,8 | 3.345 | 6,2 |
| Cipro | 15.501 | 13,5 | 11.438 | 11,2 | 2.061 | 2,8 | 2.909 | 4,9 | 4.452 | 7,7 | 2.165 | 4,0 |
| Altri | 844 | 0,7 | 1.143 | 1,1 | 1.324 | 1,8 | 1.816 | 3,1 | 2.753 | 4,8 | 2.101 | 3,9 |
| Paesi produttori | 112.969 | 98,4 | 101.262 | 99,5 | 72.304 | 99,3 | 57.872 | 97,9 | 55.695 | 96,7 | 52.334 | 97,1 |
| Regno Unito | 118 | 0,1 | 139 | 0,1 | 246 | 0,3 | 200 | 0,3 | 299 | 0,5 | 369 | 0,7 |
| Irlanda | 1.640 | 1,4 | 319 | 0,3 | 40 | 0,1 | 6 | 0,0 | 7 | 0,0 | 12 | 0,0 |
| Francia | 17 | 0,0 | 8 | 0,0 | 21 | 0,0 | 62 | 0,1 | 95 | 0,2 | 50 | 0,1 |
| Germania | -- | -- | -- | -- | 12 | 0,0 | 59 | 0,1 | 94 | 0,2 | 68 | 0,1 |
| Benelux | 13 | 0,0 | 4 | 0,0 | 78 | 0,1 | 731 | 1,2 | 208 | 0,4 | 173 | 0,3 |
| Svizzera | -- | -- | -- | -- | 26 | 0,0 | 21 | 0,0 | 40 | 0,1 | 33 | 0,1 |
| Altri | 44 | 0,0 | 49 | 0,0 | 64 | 0,1 | 163 | 0,3 | 1.169 | 2,0 | 838 | 1,6 |
| Paesi non produttori | 1.832 | 1,6 | 519 | 0,5 | 487 | 0,7 | 1.242 | 2,1 | 1.912 | 3,3 | 1.543 | 2,9 |
| Totale | 114.801 | 100,0 | 101.781 | 100,0 | 72.791 | 100,0 | 59.114 | 100,0 | 57.607 | 100,0 | 53.877 | 100,0 |
| 0 | 100 | 0 | 89 | 0 | 63 | 0 | 51 | 0 | 50 | 0 | 47 | 0 |
(*) Elaborazioni su dati FAO direttamente forniti dal relativo Servizio
Statistico. Tali dati non figurano nell'Annuario (Trade yearbook ) in quanto le
carrube sono
considerate come una produzione minore. I dati comprendono sia le carrube
(fresche, secche, frantumate e polverizzate) sia i semi nel loro complesso.
Riguardo alle importazioni mondiali di carrube,
risulta opportuno sottolineare che, pur con una certa oscillazione fra un anno e
l’altro e fra un quadriennio e il successivo, quasi la metà dei quantitativi
scambiati è indirizzato verso i Paesi produttori e, in particolare, verso
l’Italia, che costituisce il maggiore Paese importatore mondiale di carrube, con
aliquote che raramente scendono al di sotto di 1/3 delle importazioni in
questione e che nell’ultimo quadriennio superano le 19 mila tonnellate mentre
nell’ultimo anno considerato scendono a poco più di 17 mila tonnellate, come si
evince dall’analisi della tabella 8.
In diminuzione nello stesso periodo (1996-99) sono
le quantità importate dal Regno Unito con poco più di 11 mila tonnellate, pari
al 15,7% del totale mondiale, dalla Spagna (circa 6 mila tonnellate con l’8%),
dalla Francia (3.283 tonnellate con il 4,5%), e dall’Irlanda, che fa registrare
quantitativi esigui (391 tonnellate).
Gli altri Paesi, pur in presenza di forti oscillazioni fra un’annata e l’altra,
importano quantità più modeste o di trascurabile rilievo, anche se va segnalata
in questi ultimi anni la comparsa fra i Paesi importatori della Grecia, con
circa 1.100 tonnellate e l’1,5% delle importazioni mondiali nel 1996-99, trend
che trova conferma nel 2000 con le importazioni che vengono quasi raddoppiate
rispetto al quadriennio precedente.
Altra interessante notazione si riferisce, come anticipato, al divario fra
quantità di carrube esportate ed importate su scala mondiale, operando anche su
dati medi quadriennali, con scarti compresi fra il 10% ed il 20%, che solo in
parte possono essere ricondotti alle diverse tipologie di prodotti (grezzi o
trasformati) che concorrono a costituire rispettivamente l’export e l’import.
Per l’analisi delle correnti di traffico che interessano il nostro paese sono
stati elaborati i dati forniti dall'ISTAT e successivamente nella fig. 4, dove si evidenzia per le carrube una diminuzione delle
esportazioni del prodotto grezzo; il trend è decrescente rispetto all’inizio
degli anni ottanta, con una punta minima nel periodo 1988-91, con una flusso in
uscita pari a 153 tonnellate, per poi risalire lentamente nel quadriennio
1996-99 (320 tonnellate) ed anche nel 2000, attestandosi a circa 933 tonnellate.
Le importazioni italiane risultano, invece, molto più sostenute attestandosi
intorno alle 30 mila tonnellate fino agli inizi degli anni novanta,
per subire successivamente una significativa
contrazione nei quadrienni successivi, portandosi
sulle 18 mila tonnellate nell’ultimo quadriennio
considerato (1996-99). Come si può osservare
dall’esame della figura 5, i nostri maggiori
fornitori rimangono la Spagna che alimenta correnti
di traffico molto significative ed incide sultotale delle importazioni italiane
per oltre il 78%
e la Turchia con il 12,5%, mentre le importazioni
dal Marocco che agli inizi degli anni novanta,
intercettavano aliquote consistenti sul totale nazionale,
si sono notevolmente ridotte.
Per quanto attiene alle correnti di traffico che
interessano i semi di carrube, si osserva nella
fig. 6, un trend positivo continuo delle esportazioni
italiane nell’ultimo ventennio ascrivibile
all’aumento della domanda esercitata prevalentemente
dalla industria alimentare europea. Infatti,
partendo dal primo quadriennio considerato
(1980-83) si osserva un aumento progressivo
fino al 1992-95, con quantitativi prossimi alle
1.500 tonnellate, per registrare nell’ultimo
quadriennio esaminato una sostanziale conferma
del dato mentre l’anno 2000 fa e registrare
livelli di poco inferiori alle 2.000 tonnellate7 .
7 Le correnti di traffico dei derivati sono alimentate da alcune imprese che
operano le prime trasformazioni in Sicilia. Dalle indagini effettuate è emerso
che vi è un certo dinamismo imprenditoriale che mira a qualificare l’offerta
siciliana ed a emulare le attività svolte da una fiorente industria di
trasformazione delle carrube (polpa e semi) in espansione da alcuni anni; essa
produce semilavorati per altre imprese alimentari e farmaceutiche, quali
carrubina, carcao, farine di semi, germina e derivati vari.
TAB. 8 - EVOLUZIONE DELLE IMPORTAZIONI DI CARRUBE NEL MONDO PER PRINCIPALI PAESI
(*)
|
1980 |
-83 |
1984 |
-87 |
1988 |
-91 |
1992 |
-95 |
1996 |
-99 |
20 |
00 |
|
| Paesi | t | % | t | % | t | % | t | % | t | % | t | % |
| Italia | 31.322 | 31,8 | 33.284 | 36,2 | 35.160 | 44,1 | 22.205 | 34,4 | 19.355 | 31,1 | 17.257 | 31,8 |
| Spagna | 436 | 0,4 | 2.041 | 2,2 | 3.411 | 4,3 | 7.149 | 11,1 | 5.878 | 9,5 | 4.842 | 8,9 |
| Portogallo | 1.483 | 1,5 | 883 | 1,0 | 1.636 | 2,1 | 362 | 0,6 | 764 | 1,2 | 456 | 0,8 |
| Marocco | -- | -- | -- | -- | 11 | 0,0 | 1.679 | 2,6 | 728 | 1,2 | 312 | 0,6 |
| Grecia | 14 | 0,0 | 116 | 0,1 | 41 | 0,1 | 445 | 0,7 | 1.069 | 1,7 | 2.002 | 3,7 |
| Cipro | -- | -- | -- | -- | 157 | 0,2 | 54 | 0,1 | 158 | 0,3 | 90 | 0,2 |
| Turchia | -- | -- | -- | -- | 67 | 0,1 | 42 | 0,1 | 134 | 0,2 | 126 | 0,2 |
| Altri | 4.225 | 4,3 | 2.640 | 2,9 | 3.611 | 4,5 | 988 | 1,5 | 533 | 0,9 | 364 | 0,7 |
| Paesi produttori | 37.480 | 38,1 | 38.964 | 42,3 | 44.094 | 55,3 | 32.924 | 51,0 | 28.619 | 46,0 | 25.449 | 46,9 |
| Regno Unito | 39.756 | 40,4 | 37.445 | 40,7 | 23.282 | 29,2 | 18.210 | 28,2 | 11.518 | 18,5 | 10.400 | 19,2 |
| Irlanda | 12.194 | 12,4 | 9.280 | 10,1 | 5.000 | 6,3 | 2.692 | 4,2 | 391 | 0,6 | 626 | 1,2 |
| Francia | 2.455 | 2,5 | 1.523 | 1,7 | 1.889 | 2,4 | 2.551 | 4,0 | 3.283 | 5,3 | 3.915 | 7,2 |
| Svizzera | 1.197 | 1,2 | 2.506 | 2,7 | 2.685 | 3,4 | 2.564 | 4,0 | 4.720 | 7,6 | 5.212 | 9,6 |
| Germania | -- | -- | -- | -- | 401 | 0,5 | 1.472 | 2,3 | 1.578 | 2,5 | 1.378 | 2,5 |
| Benelux | 89 | 0,1 | 151 | 0,2 | 533 | 0,7 | 2.076 | 3,2 | 1.400 | 2,3 | 1.284 | 2,4 |
| Altri | 5.327 | 5,4 | 2.177 | 2,4 | 1.861 | 2,3 | 2.090 | 3,2 | 10.669 | 17,2 | 6.038 | 11,1 |
| Paesi non produttori | 61.018 | 61,9 | 53.082 | 57,7 | 35.651 | 44,7 | 31.655 | 49,0 | 33.559 | 54,0 | 28.853 | 53,1 |
| Totale | 98.498 | 100,0 | 92.046 | 100,0 | 79.745 | 100,0 | 64.579 | 100,0 | 62.178 | 100,0 | 54.302 | 100,0 |
| 0 | 100 | 0 | 93 | 0 | 81 | 0 | 66 | 0 | 63 | 0 |
55 |
0 |
(*) Elaborazioni su dati FAO direttamente forniti dal relativo Servizio
Statistico. Tali dati non figurano nell'Annuario (Trade yearbook ) in quanto le
carrube sono
considerate come una produzione minore. I dati comprendono sia le carrube
(fresche, secche, frantumate e polverizzate) sia i semi nel loro complesso.
FIG. 4 - EVOLUZIONE DELLE ESPORTAZIONI E DELLE IMPORTAZIONI DI CARRUBE IN ITALIA

FIG. 5 - IMPORTAZIONI ITALIANE DI CARRUBE PER PRINCIPALI PAESI (1996-99)

FIG. 6 - EVOLUZIONE DELLE ESPORTAZIONI E DELLE IMPORTAZIONI DI SEMI DI CARRUBE
IN ITALIA

Per quanto riguarda le importazioni di semi di carrube, sempre riportate nella
figura 6, si nota un trend in flessione fino al quadriennio 199295, che mostra
valori prossimi alle 1.000 tonnellate, e una significativa ripresa negli anni
successivi per registrare nell’ultimo periodo esaminato valori superiori a 3.000
tonnellate.
I principali Paesi di destinazione dei semi di carrube sono, come mostra la
figura 7, in ordine d’importanza e con specifico riferimento al quadriennio
1996-99, la Svizzera, i Paesi Bassi e la Germania, che intercettano,
rispettivamente, il 54,2%, il 12,2% e l’11,8% delle esportazioni nazionali in complesso, cioè quei Paesi dove esiste una fiorente industria
alimentare che risulta sensibile agli addensanti naturali. In particolare, verso
la Svizzera sono destinati significativi e consolidati flussi di semilavorati
che vengono a loro volta rielaborati per fornire altre imprese alimentari.
I principali Paesi fornitori di semi di carrube nell’ultimo quadriennio
considerato (1996-99) sono la Spagna ed il Marocco, che intercettavano
rispettivamente il 54,4% ed il 39,9% delle importazioni nazionali, così come si
evince analizzando la fig. 8.
FIG. 7 - ESPORTAZIONI DI SEMI DI CARRUBE DALL'ITALIA PER PRINCIPALI PAESI DI
DESTINAZIONE (1996-99)

FIG. 8 - IMPORTAZIONI ITALIANE DI SEMI DI CARRUBE PER PRINCIPALI PAESI (1996-99)

6. Considerazioni conclusive
La coltivazione del carrubo è concentrata nei Paesi
del Bacino del Mediterraneo dove vanta
antiche tradizioni e, oltre a garantire una produzione con un ampio spettro di
utilizzazioni, svolge un importante ruolo paesaggistico caratterizzando
fortemente l’ambiente rurale. Le aree maggiormente interessate alla coltivazione
sono la
Penisola Iberica, la Sicilia Orientale ed alcuni Paesi del Nord Africa.
Nei Paesi dell’Unione Europea il carrubo, come le altre colture che
costituiscono il comparto della frutta secca (mandorlo, pistacchio, nocciolo,
ecc.), ha registrato negli ultimi decenni significative involuzioni nelle
superfici investite e nelle produzioni realizzate, in quanto le coltivazioni
tendono a concentrarsi nelle aree di collina mentre le aree pianeggianti e
costiere risultano destinate a colture che consentono di trarre maggiori redditi
(ortaggi, seminativi irrigui, agrumi, ecc.).
In Italia la coltivazione del carrubo è localizzata prevalentemente nelle aree
interne della Sicilia Sud-orientale ed, in particolare,
nell’Altopiano Ibleo, dove risultano attive anche diverse imprese che operano la
commercializzazione delle carrube e la prima e
seconda trasformazione in derivati direttamente utilizzati per l’alimentazione
umana e zootecnica
o più comunemente semilavorati che successivamente vengono impiegati
dall’industria agroalimentare, farmaceutica, chimica, tessile, sia italiana che
estera.
Negli ultimi anni si assiste ad una rivalutazione di alcuni derivati
delle carrube e soprattutto di quelli impiegati o come addensanti naturali
destinati all’industria alimentare oppure come materiale di base per
l’estrazione di principi naturali destinati all’industria farmaceutica.
A fronte della diminuzione dei livelli produttivi si registra, comunque, una
significativa attività negli scambi, che interessano però sempre in misura
prevalente prodotti già trasformati per gli impieghi industriali. In
particolare, l’Italia ha assunto il ruolo di importatore di carrube grezze
o di semi interi ed, invece, risulta Paese esportatore di semilavorati e,
soprattutto, di derivati della lavorazione dei semi verso altri Paesi della
Unione Europea.
In questa fase di rilancio del mercato e, soprattutto, di allargamento delle
utilizzazioni rispetto a quelle tradizionali legate all’alimentazione del
bestiame e alla produzione di alcool, risulta opportuno promuovere ai diversi
livelli (comunitario, nazionale e regionale) misure che sostengano la
coltivazione, che versa attualmente in uno stato di disagio, sia di carattere
ordinario
– Tariffe doganali comuni (TEC), norme di qualità, clausole di salvaguardia –
sia di carattere innovativo, facendo leva sulle refluenze ambientali e
paesaggistiche che la coltura assolve. In questa direzione si sono mosse sia la
Sicilia che alcune regioni spagnole che hanno già inserito la coltivazione di
carrubo tra quelle che possono beneficiare delle misure agro-ambientali,
previste nei Piani di Sviluppo Rurali. Per cogliere, comunque, tali opportunità
bisogna, però, sviluppare un serrato confronto fra la ricerca, l’operatore
pubblico e gli imprenditori attivi nelle diverse fasi della filiera per attivare
quelle strategie comuni che consentano di valorizzare al meglio le produzioni
esistenti ed indirizzare gli imprenditori che intendono realizzare nuovi
impianti
con le misure agroambientali e con la forestazione produttiva, in particolare,
verso quelle forme di allevamento e quelle varietà che consentano di produrre
baccelli rispondenti ai nuovi e più remunerativi impieghi degli utilizzatori
intermedi e finali.
Bibliografia essenziale
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Commercio, Industria Artigianato ed Agricoltura, Ragusa, 12-13 Giugno.
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PECORINO B. (1999) (a cura di): Posizionamento dell’agricoltura nel contesto
socioeconomico siciliano attraverso l’analisi di tre aree rurali, relazione
presentata al primo workshop interregionale di diffusione dei risultati del
progetto di ricerca “Le dinamiche di innovazione delle imprese agricole e
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dell’obiettivo 1: diversificazione produttiva, innovazione organizzativa,
pluriattività”, Lamezia Terme, 7-8 ottobre 1999.